Il nome di Schifani sarà quello su cui verosimilmente l’intera coalizione di centrodestra convergerà formalmente per la guida della Presidenza della Regione Siciliana nelle elezioni del 2027. Nonostante il traguardo sia ancora distante e la politica isolana viva di costanti fibrillazioni, gli ultimi movimenti di fine estate hanno tracciato un perimetro chiaro, con una sequenza di pareri favorevoli da parte di tutti i principali attori dell’alleanza. Le manovre registrate a margine delle kermesse politiche di questa estate bollente non lasciano spazio a dubbi di facciata: i puntelli sono stati piazzati.
Tra gli interventi più significativi spicca senza dubbio quello dell’ex governatore ed attuale ministro Nello Musumeci. Intervenuto all’Etnaforum di Ragalna, l’esponente di Fratelli d’Italia si è sfilato da qualsiasi speculazione sul proprio futuro politico personale, dichiarando con chiarezza di non essere più interessato ad alcuna dinamica di governo regionale e rimarcando di aver raggiunto una fase della vita in cui le priorità personali superano l’ansia dell’agone politico. Nel rievocare la propria esperienza quinquennale a Palazzo d’Orléans — “l’esperienza più bella della mia vita”, ha dichiarato l’ex presidente — Musumeci ha confermato che il suo voto andrebbe senz’altro al successore uscente qualora si concretizzasse la sua ricandidatura, garantendo così un solido nulla osta.
Sui binari delle segreterie di partito, il commissario regionale di Forza Italia, Nino Minardo, ha ribadito più volte come la linea della forza politica sia nettamente orientata ad appoggiare lo “Schifani bis”. Pur raccomandando alla maggioranza di evitare di trasformare l’agenda politica dell’isola in una permanente e prematura campagna elettorale, Minardo ha confermato che sulla riconferma del governatore uscente non vi sono ostacoli. Una posizione di pragmatismo condivisa appieno anche da Nino Germanà, segretario regionale dalla Lega, che ha chiarito senza troppi equivoci: “non c’è bisogno di particolari dichiarazioni per dire che Renato Schifani può guidare la Regione anche per un secondo mandato”. Posizione condivisa anche da Carmelo Pace, capogruppo della DC all’ARS secondo il quale “il Presidente Schifani è il candidato naturale del centrodestra”.
Un ulteriore ed essenziale tassello del mosaico fa capo a Fratelli d’Italia. Se da una parte il Presidente del Senato, Ignazio La Russa, aveva aperto la strada ricordando che la conferma di un governatore uscente rappresenta da sempre una buona e solida consuetudine politica, il commissario meloniano Luca Sbardella ha tenuto le carte in tavola con un approccio più cauto, precisando che, pur trattandosi di una prassi condivisibile, ogni decisione finale spetterà al tavolo unitario della coalizione.
Con ogni probabilità, la prudenza esibita da Sbardella a Catania punta a farsi ascoltare chiaramente a Palermo: sullo sfondo si agita infatti l’ipotesi che il sindaco Roberto Lagalla possa optare in futuro per un ruolo di respiro nazionale, liberando così lo scranno più alto di Palazzo delle Aquile, una poltrona ambita a cui Fratelli d’Italia mira con decisione nella ridistribuzione complessiva degli assetti della coalizione.
A completare il quadro politico intervengono poi le aperture del presidente dell’Assemblea Regionale Siciliana, Gaetano Galvagno, il quale ha accreditato l’ipotesi di una ricandidatura di Schifani lanciando contestualmente l’idea di allargare i confini della maggioranza per coinvolgere Sud chiama Nord di Cateno De Luca.
Tutto sembra dunque deciso. Tuttavia, tra le dichiarazioni formali e le urne elettorali resta ancora un intero anno di attività di governo. Dodici mesi nella politica siciliana rappresentano un’era geologica, durante la quale equilibri e priorità, troppo spesso queste ultime personali, possono subire brusche deviazioni. La quotidianità del governo dell’isola richiederà una gestione attenta dei conti, della spesa pubblica e dei progetti territoriali, superando le logiche di spartizione e le tentazioni che spesso incrinano la coesione dei partiti.
Ma la sfida più complessa e imprevedibile da qui alle elezioni non si giocherà soltanto sui palchi delle manifestazioni o nelle stanze delle segreterie politiche, bensì all’interno di Sala d’Ercole. L’Assemblea Regionale Siciliana è storicamente un terreno scivoloso per qualsiasi maggioranza, dove il ricorso alle votazioni a scrutinio segreto ha più volte ribaltato gli esiti di provvedimenti cruciali. Un fattore di rischio costante che ha spinto il presidente dell’Ars, Galvagno, a rilanciare con forza la proposta di abolizione o limitazione, per evitare che agguati parlamentari e franchi tiratori possano minare la stabilità dell’azione di governo e scompaginare gli accordi di coalizione.
Tra le pieghe del parlamento isolano, ogni singolo passaggio normativo durante questo ultimo scorcio di legislatura potrà trasformarsi in un banco di prova o in un’insidia strisciante, a dimostrazione del fatto che, sebbene le benedizioni ufficiali siano state già notificate al pubblico, il cammino verso la riconferma dovrà fare i conti con l’imprevedibilità di un’aula dove l’anonimato del voto sa cambiare le sorti dei giochi in un istante.