FORZA ITALIA, ABBIATE IL CORAGGIO DEL CONGRESSO

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Scrivo queste considerazioni da imprenditore e da forzista della prima ora. Da uomo che ha creduto fin dall’inizio nel grande progetto politico di Silvio Berlusconi, del quale ho avuto stima personale e amicizia, e soprattutto nell’idea che ne rappresentava l’essenza: costruire in Italia un grande centro liberale, moderato, riformatore ed europeista, alternativo alla sinistra ma lontano da ogni estremismo.

Forza Italia nacque per rompere gli schemi, non per conservarli. Nacque dinamica, innovativa, aperta alla società civile: agli imprenditori, ai professionisti, agli amministratori, alle donne e agli uomini che, prima ancora di chiedersi quale posto occupare nel partito, si chiedevano cosa potessero fare per il proprio territorio e per il Paese. Era questa la rivoluzione politica di Berlusconi. Ed è proprio per rispetto di quella storia che oggi bisogna avere il coraggio di guardare in faccia la realtà.

In Sicilia Forza Italia traballa. E quando un partito traballa, nascondere le crepe non rafforza l’edificio: lo espone al primo colpo di vento.

La Sicilia, per decenni una delle grandi roccaforti del consenso azzurro, deve interrogarsi seriamente sui segnali arrivati dalle urne e sulle difficoltà emerse nelle più recenti prove politiche. Non basta archiviare una sconfitta: bisogna comprenderla. Non basta attribuirla alle circostanze, all’astensionismo, alla comunicazione o agli avversari. Un grande partito, quando qualcosa non funziona, comincia sempre da una domanda rivolta a sé stesso: dove abbiamo sbagliato?

Non è debolezza. È responsabilità. Forza Italia oggi appare troppo lenta rispetto alla propria natura. Troppo impegnata, talvolta, nella conservazione degli equilibri e troppo poco proiettata verso la costruzione di quelli nuovi. E un partito nato per correre non può accontentarsi di camminare.

Per questo ritengo che un vero confronto congressuale non sia più rinviabile e che, soprattutto in Sicilia, il Congresso regionale di Forza Italia debba essere convocato senza indugio.

Ma un congresso vero. Con tempi certi, regole chiare, un’anagrafe degli iscritti trasparente e verificabile, congressi territoriali e provinciali, partecipazione effettiva della base e piena contendibilità delle responsabilità politiche. Non una liturgia destinata a ratificare equilibri già decisi. Non un congresso contro qualcuno. Un congresso per Forza Italia.

Lo dico anche agli amici che oggi hanno responsabilità di guida: non abbiate paura del congresso. Il congresso non è una congiura contro una leadership. È il luogo nel quale una leadership dimostra di avere fiducia nella propria comunità politica.

Chi è forte non teme il voto degli iscritti. Chi ritiene di avere costruito consenso non ha alcuna ragione per sottrarsi alla sua verifica. E chi aspira a rappresentare Forza Italia deve poter presentare apertamente una proposta politica, confrontarsi con le altre e misurarsi democraticamente.

Se l’attuale classe dirigente gode della fiducia del partito, il congresso la renderà più forte. Se dal congresso emergeranno energie nuove, sarà più forte Forza Italia. In entrambi i casi avrà vinto il partito.

Rinviare il confronto, congelare le divisioni o tentare di governare dall’alto equilibri territoriali sempre più fragili non pacifica una comunità politica. Spesso produce l’effetto opposto: rende silenziosa, e quindi più profonda, la frattura. Berlusconi aveva compreso una cosa fondamentale: un movimento politico vive finché riesce a intercettare ciò che accade fuori dai propri palazzi. Quando smette di ascoltare la società e comincia ad ascoltare prevalentemente sé stesso, comincia il declino.

Il congresso regionale deve allora diventare il passaggio attraverso il quale riassegnare democraticamente pesi, responsabilità e rappresentanza. Non sulla base delle appartenenze personali. Non delle rendite di posizione. Non secondo il principio di chi controlla chi. Ma sulla base del consenso reale, del radicamento territoriale, della capacità amministrativa, della competenza e della credibilità conquistata nella società.

Perché esiste un patrimonio che Forza Italia non può permettersi di disperdere. È costituito dalle migliaia di amministratori locali, consiglieri comunali, sindaci, professionisti, imprenditori, dirigenti e militanti che per oltre trent’anni hanno costruito il consenso azzurro, comune dopo comune e provincia dopo provincia.

Sono donne e uomini che conoscono il territorio. Che hanno una storia. Che raccolgono preferenze perché mantengono un rapporto diretto con cittadini, famiglie e imprese. Che spesso continuano a rappresentare Forza Italia anche quando Forza Italia sembra essersi dimenticata di loro.

Questo è il vero capitale politico del nostro partito. Prima delle cariche vengono le persone. Prima degli organigrammi viene il consenso. Prima delle correnti viene il territorio.

Se perdiamo questa comunità, non basteranno incarichi, nomine, accordi di vertice o comunicati stampa a sostituirla. Un partito senza territorio può conservare temporaneamente il potere. Ma non può costruire il futuro.

Mi rivolgo soprattutto a quella parte del mondo azzurro che oggi osserva, riflette e troppo spesso tace. Agli outsider. Agli amministratori che non appartengono alle filiere consolidate. Ai dirigenti rimasti ai margini. Ai giovani che vorrebbero entrare e non trovano porte sufficientemente aperte. Ai professionisti e agli imprenditori che continuano a riconoscersi nei valori liberali e moderati di Forza Italia, ma faticano a riconoscersi in alcune delle sue attuali dinamiche interne.

A tutti loro dico: questo è il momento del coraggio.

Non scegliamo la prudenza difensiva di manzoniana memoria. Non trasformiamoci in tanti Don Abbondio della politica, prudentissimi quando sarebbe necessario parlare e coraggiosi soltanto quando il rischio è passato.

La politica liberale ha bisogno dell’esatto contrario. Ha bisogno di donne e uomini capaci di esprimere ciò che pensano anche quando è scomodo. Chiedere un congresso non significa dividere Forza Italia. Significa credere abbastanza in Forza Italia da affidarsi al giudizio di Forza Italia.

Chiedere contendibilità non significa organizzare una resa dei conti. Significa affermare un principio profondamente liberale: nessun incarico politico può diventare più importante della comunità che lo legittima.

C’è poi una questione ancora più importante. Non possiamo celebrare Berlusconi nelle ricorrenze, citarlo nei congressi, utilizzare le sue fotografie e poi dimenticare il metodo politico che consentì a Forza Italia di diventare, in pochi mesi, una straordinaria esperienza popolare.

Berlusconi cercava persone nuove. Apriva le porte alla società civile. Parlava agli imprenditori. Ascoltava i territori. Premiava il consenso. Credeva nella competizione. Aveva soprattutto compreso che il centro politico non è sinonimo di immobilismo.

Essere moderati non significa essere immobili. La moderazione è equilibrio, responsabilità e capacità di governo. Il liberalismo è competizione, merito, libertà, responsabilità e possibilità di scegliere.

E se continuiamo a definirci liberali, questi principi dobbiamo avere il coraggio di applicarli innanzitutto dentro casa nostra. Perché sarebbe un paradosso proclamare la concorrenza nell’economia e temerla nella politica; invocare il merito nella società e non riconoscerlo nel partito; difendere la libertà di scelta dei cittadini e ridurre quella degli iscritti.

Forza Italia deve tornare ad attrarre persone capaci di pensare, proporre e perfino dissentire. Un grande partito non è grande perché tutti dicono la stessa cosa. È grande quando riesce a tenere insieme sensibilità diverse dentro una medesima visione.

Berlusconi non costruì Forza Italia raccogliendo soltanto fedeltà personali. Mise insieme culture, esperienze, professioni e territori diversi intorno a un’idea di Paese. Quella lezione oggi vale ancora di più.

Perché il consenso non si eredita. Il consenso si conquista ogni giorno. E nessuno può considerare per sempre acquisito quello che generazioni di amministratori, militanti e dirigenti hanno costruito in trent’anni di storia azzurra.

Forza Italia conserva uno spazio politico enorme. Tra una destra che tende inevitabilmente a occupare il proprio campo identitario e una sinistra che continua a faticare nel rappresentare ampi settori produttivi e moderati della società italiana, esiste una grande domanda di politica liberale, popolare, garantista, europeista e riformatrice.

È lo spazio naturale di Forza Italia. Ma quello spazio non ci appartiene per diritto ereditario. Dobbiamo riconquistarlo. E la riconquista può cominciare proprio dalla Sicilia.

Convocare il congresso regionale. Aprire le porte. Restituire centralità ai congressi provinciali e ai territori. Far confrontare idee e persone. Rimettere in movimento amministratori, professionisti, imprenditori, giovani e militanti. Consentire a chi possiede consenso di misurarlo. Consentire a chi guida il partito di ottenere una nuova e più forte legittimazione. Consentire a chi propone un’alternativa di presentarla apertamente. Consentire agli outsider di diventare protagonisti.

Questa non sarebbe una crisi. Sarebbe politica.

Non dobbiamo avere paura di contarci. Dobbiamo avere paura, semmai, di arrivare un giorno a non avere più nessuno da contare.

Agli amici di Forza Italia rivolgo quindi un appello semplice. Scegliamo il coraggio invece della conservazione. Il confronto invece del rinvio. La partecipazione invece degli equilibri costruiti a tavolino. Il territorio invece delle rendite di posizione. Il merito invece dell’appartenenza.

Non rinneghiamo la nostra storia. Non disperdiamo trent’anni di patrimonio politico. Non permettiamo che il partito fondato da Silvio Berlusconi perda proprio ciò che lo rese rivoluzionario: la capacità di parlare direttamente alla parte più dinamica, produttiva e moderata della società italiana.

Se sapremo ritrovare questa forza e tenere insieme la nostra comunità attraverso la democrazia e non attraverso il silenzio, Forza Italia potrà tornare a essere ciò che è stata nei momenti migliori della sua storia: il grande perno liberale e moderato del sistema politico italiano.

E forse proprio dalla Sicilia, terra che tante volte è stata decisiva nella storia azzurra, potrà arrivare il primo vero segnale di una nuova stagione. Una stagione nella quale nessuno debba avere paura del confronto. Nessuno debba sentirsi proprietario del partito. Nessuno debba sentirsi ospite in casa propria.

Perché Forza Italia non appartiene a una corrente, a un dirigente o a un gruppo. Forza Italia appartiene alla sua comunità. Ed è a quella comunità che dobbiamo avere il coraggio di restituire la parola.

Perché i partiti non muoiono quando discutono. I partiti muoiono quando nessuno ha più voglia di discutere per salvarli.

Prof. Angelo Todaro

Imprenditore – Forzista della prima ora