La sanità siciliana finisce di nuovo al centro dell’attenzione pubblica, ma questa volta per un capitolo che rischiava di passare del tutto inosservato. Quando le indagini giudiziarie muovono i primi passi, il clamore mediatico raggiunge regolarmente vette altissime: gli avvisi di garanzia, le perquisizioni e soprattutto le richieste di misure cautelari vengono rilanciati con evidenza schiacciante, trasformando gli indagati in protagonisti di copertine e titoli d’apertura. Per settimane l’opinione pubblica metabolizza sospetti e congetture, imprimendo sulle persone coinvolte un marchio d’infamia difficilmente cancellabile.
Il paradosso, tuttavia, si compie quando la stessa magistratura decide di fare un passo indietro. Di fronte al proscioglimento e all’assenza di elementi idonei a sostenere un’accusa in giudizio, i canali informativi che prima amplificavano ogni singolo dettaglio investigativo sembrano improvvisamente interrompersi. L’oblio prende il sopravvento, e le notizie favorevoli agli indagati scivolano via nel silenzio generale.
È esattamente ciò che è accaduto con la l’inchiesta giudiziaria sulla sanità siciliana, incentrata sulla presunta gestione illecita degli appalti, delle nomine e delle procedure amministrative nell’amministrazione regionale. A distanza di settimane da un decreto firmato dal giudice per le indagini preliminari su esplicita sollecitazione dei pubblici ministeri, si è appreso soltanto adesso che ben ventitré posizioni sono state definitivamente archiviate. Un provvedimento corposo che libera da ogni addebito una lunga serie di figure pubbliche e imprenditori la cui reputazione era stata travolta dalle ombre del malaffare.
Il quadro accusatorio originario delineava una complessa rete di influenze intesa a condizionare decisioni politiche, in particolare all’interno del comparto della salute. Tuttavia, all’esito degli approfondimenti e delle verifiche sui materiali acquisiti, gli stessi magistrati inquirenti hanno dovuto constatare che gli elementi raccolti non avrebbero mai consentito di formulare una ragionevole previsione di condanna in un eventuale dibattimento.
Tra i filoni spazzati via dal provvedimento figura quello relativo alle presunte irregolarità nelle selezioni per la stabilizzazione di quindici operatori presso la struttura ospedaliera di Villa Sofia, vicenda che vedeva tirati in ballo il presidente di commissione Antonio Iacono e Vito Raso, storico collaboratore di Totò Cuffaro. Per loro, come per gli altri coinvolti, le ipotesi di turbativa sono cadute in quanto non applicabili alle procedure concorsuali per l’assunzione di personale.
Stessa sorte per i sospetti legati alle presunte fughe di notizie coperte da segreto d’ufficio e ai contatti con gli apparati di sicurezza: le posizioni della dirigente generale del Dipartimento regionale della Famiglia Maria Letizia Di Liberti, del tenente colonnello dei carabinieri Stefano Palminteri e dell’ex poliziotto Filippo Paradiso sono state completamente scagionate poiché le intercettazioni si sono rivelate del tutto inutilizzabili sotto il profilo processuale.
Nessun riscontro decisivo è emerso neppure in merito alla ipotizzata dazione di denaro – 25.000 euro – destinata ai vertici del Consorzio di bonifica della Sicilia occidentale. In questo capitolo le verifiche riguardavano l’imprenditore agrigentino Alessandro Vetro, il deputato regionale Carmelo Pace e il direttore generale dell’ente Giovanni Tomasino, ma la ricostruzione degli inquirenti non ha trovato il necessario supporto probatorio per dimostrare l’effettiva destinazione della somma o un qualsiasi accordo illecito.
Cadono parimenti i sospetti che avevano sfiorato il capo della Protezione civile regionale Salvatore Cocina e l’imprenditore Giuseppe Capizzi in merito ad alcune attenzioni di Cuffaro su procedure amministrative della Regione. Analogamente, nell’intricato versante dell’appalto dell’Azienda sanitaria provinciale di Siracusa affidato alla Dussmann Service, escono definitivamente di scena il direttore generale dell’azienda sanitaria Alessandro Caltagirone, i manager Mauro Marchese e Marco Dammone, il faccendiere Ferdinando Aiello, l’imprenditore Sergio Mazzola, l’intermediario Antonio Abbonato e il deputato nazionale Saverio Romano.
Viene infine spazzata via la gravissima accusa di associazione per delinquere ipotizzata originariamente a carico dello stesso Totò Cuffaro, di Carmelo Pace, di Antonio Abbonato e di Vito Raso. Il giudice ha infatti derubricato tali dinamiche a semplici rapporti di natura personale, politica o fiduciaria, del tutto privi dei requisiti di una struttura criminale organizzata e condivisa. Persino per la figura centrale dell’ex governatore regionale, che per altri episodi specifici ha già intrapreso la strada del patteggiamento a tre anni espiati ai servizi sociali, le residue e svariate ipotesi di reato sono state completamente archiviate.
Questo epilogo dimostra ancora una volta lo squilibrio tra la gogna iniziale e il ridimensionamento finale. Mentre le prime fasi dell’inchiesta avevano generato un’eco fragorosa sulle prime pagine dei giornali, la cancellazione delle accuse per quasi due dozzine di persone è avvenuta nell’ombra, lasciando quasi inalterata nella memoria collettiva il ricordo del sospetto. Un meccanismo che evidenzia quanto sia asimmetrico il racconto della giustizia nel nostro Paese.