LA RIDICOLA GUERRA DI MAFIA SU TIKTOK TRA I NUOVI “BOSS INFLUENCER”

di TAPERI

Dimenticatevi la vecchia regola del silenzio e le riunioni segrete nei casolari. La criminalità organizzata catanese ha rottamato l’omertà per inseguire disperatamente l’algoritmo di TikTok. Protagonisti di questa imbarazzante transizione digitale sono i clan di Monte Po e dei Cursoti milanesi, attualmente impegnati in una faida che si combatte a colpi di pistola nella realtà e a colpi di contenuti e intelligenza artificiale sui social, con risultati a dir poco fantozziani.

Nel mondo reale, le dinamiche rimangono quelle classiche. Il 23 agosto scorso a Motta Sant’Anastasia un agguato si è svolto in modo piuttosto rudimentale a bordo di una Fiat Panda bianca, con un uomo armato sceso goffamente dal lato passeggero. I carabinieri hanno successivamente recuperato decine di bossoli sparsi sull’asfalto, senza però registrare un solo ferito. Una prestazione imbarazzante che dimostra come questi aspiranti killer abbiano molta più dimestichezza nell’applicare filtri sullo smartphone rispetto a quando impugnano un’arma. Pochi giorni dopo, a Monte Po, le forze dell’ordine hanno sventato un’altra spedizione punitiva sequestrando armi con matricola abrasa, proiettili per kalashnikov e tute monouso, con conseguente fermo di sette persone.

Ma è sui social network che questi criminali di nuova generazione danno il peggio. Hanno sostituito i tradizionali pizzini con account anonimi dai nomi parecchio originali, come Gossip catanese. Usando banali software per la generazione di immagini, pubblicano locandine per minacciarsi a vicenda. In una di queste opere d’arte, il boss dei Cursoti milanesi, Melo Distefano, si è fatto ritrarre con le sembianze di un possente sovrano de Il Trono di Spade. Sotto, la scritta trionfale: “Melo Distefano conquista Monte Po. Una presenza che non passa inosservata”. Certo è molto difficile passare inosservati se l’obbiettivo è quello di fare visualizzazioni sui social, resta però da capire come si concili questa disperata ricerca di visibilità con la figura del mafioso: un tempo i padrini vivevano nascosti fra la folla o da latitanti nei bunker sotterranei terrorizzati all’idea di farsi notare, mentre lui ci mette la faccia, il nome in sovrimpressione e pure la corona. Evidentemente la vocazione originaria non era la malavita, ma la carriera da influencer.

Le nuove e sofisticate armi digitali vengono impiegate anche contro i collaboratori di giustizia. I pentiti non subiscono più le classiche ritorsioni, ma devono affrontare l’onta suprema del fotoritocco: vengono incollati maldestramente sulle divise delle forze dell’ordine. Un affronto che in questo nuovo ambiente criminale 2.0 evidentemente dev’essere considerato peggiore della morte. Anche la simbologia criminale ha subito un riadattamento grottesco, i Cursoti milanesi,  per rendere immediatamente riconoscibili i loro video, li marchiano con il logo del Milan e le foto di San Siro. Chissà se la fede rossonera sia ormai un requisito fondamentale per entrare a far parte dell’organizzazione o se, in tempi di magra, accettino anche simpatizzanti della Juventus, dell’Inter o banalmente del Catania. Quando un affiliato cambia fazione passando dai rivali ai Cursoti, infatti,  questo bizzarro “calciomercato” criminale viene ufficializzato con storie a tempo piene di stemmi del Milan e filtri rossoneri.

Proprio come dei liceali, la spietata guerra di mafia si combatte ormai a colpi di frecciatine sui social. I profili delle fazioni si riempiono di brevi video in cui non si dichiara nulla di esplicito, ma si piazzano brani neomelodici scelti meticolosamente affinché il testo faccia arrivare il messaggio a chi di dovere, rigorosamente senza mai taggare il diretto interessato. Si pubblicano aforismi sulla falsità e sul valore del silenzio, decorati con le immancabili emoji del serpente o del pagliaccio. Una dinamica estremamente infantile che trasforma le minacce tra affiliati in banali drammi da ragazzini, dando l’impressione che questi aspiranti criminali stiano litigando per l’attenzione del compagno di banco o per un fidanzato conteso, anziché per il controllo delle piazze di spaccio.

Le intercettazioni dell’inchiesta rivelano la totale disperazione dei vecchi capimafia storici. Dai parlatori del carcere, i padrini tradizionali hanno provato in ogni modo a fermare la faida convocando incontri e usando i vecchi metodi di mediazione. Il risultato è stato nullo. I vecchi boss si trovano a dover gestire una generazione di affiliati che, tra un arresto e l’altro, sembra preoccupata unicamente di mantenere aggiornato il proprio piano editoriale per non perdere visualizzazioni. Più che di sicari e spacciatori, sembra che la nuova criminalità catanese abbia ormai principalmente bisogno di buoni social media manager.

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