Certificati di morte rilasciati a vista dietro il versamento di denaro contante, senza mai effettuare la necessaria ispezione sulla salma. Una prassi illecita e consolidata che colpisce il settore delle onoranze funebri e il personale dell’ASP di Palermo. Gli investigatori della sezione Anticorruzione della Squadra mobile, su indicazione della magistratura inquirente, hanno notificato diciannove provvedimenti cautelari a seguito della decisione del giudice per le indagini preliminari.
La misura dell’obbligo di presentazione quotidiana alla polizia giudiziaria ha interessato diciassette titolari di agenzie funebri di Palermo e provincia. Per i due professionisti sanitari coinvolti, due medici legali di 67 e 69 anni impiegati presso la struttura pubblica, sono scattate sanzioni interdittive: l’allontanamento temporaneo da qualsiasi incarico di pubblico servizio per il medico ancora in organico e il divieto totale di esercitare la professione per il collega già in pensione.
La ricostruzione investigativa evidenzia un quadro sistematico di falsità ideologica e corruzione focalizzato sulle pratiche successive ai decessi avvenuti tra le mura domestiche. In base a quanto accertato attraverso intercettazioni e appostamenti, gli impresari si recavano di prima mattina presso le abitazioni dei due sanitari per consegnare somme variabili dai 15 ai 170 euro ad attestazione, ottenendo in cambio i documenti firmati.
Questa procedura sommaria permetteva di saltare l’ispezione necroscopica prescritta dalle disposizioni vigenti, un controllo fondamentale che deve essere eseguito almeno 15 ore dopo il decesso per escludere eventuali morti apparenti, cause violente o irregolarità e per rilasciare i nulla osta indispensabili al trasporto, alla sepoltura o alla cremazione dei defunti.
L’intera attività investigativa ha preso avvio da un clamoroso errore: la redazione e l’emissione di un documento che attestava il decesso di un individuo in realtà ancora in vita. Quel segnale ha spinto le forze dell’ordine ad approfondire le verifiche, portando alla luce un volume d’affari illegale significativo, capace di garantire a ciascun medico proventi illeciti mensili stimati in circa 1.500 euro.