La scomparsa di Peppino Mazzullo chiude un capitolo straordinario del costume televisivo e del teatro di figura del Novecento. L’artista siciliano, nato a Santo Stefano di Briga il 6 giugno 1926, si è spento a un secolo dalla nascita nella propria abitazione, dopo aver festeggiato a giugno il prestigioso traguardo anagrafico contornato dall’affetto della sua comunità. La sua parabola artistica, formata dapprima presso le accademie drammatiche e cresciuta tra i palcoscenici teatrali, resta scolpita nella memoria del paese per l’interpretazione di Topo Gigio, il personaggio ideato da Maria Perego e Federico Caldura.
Il pupazzo incontrò Mazzullo nel 1961, negli studi della televisione pubblica. Fu allora che la collaborazione si tramutò in un sodalizio ultraquarantennale durato fino al 2006. Il doppiatore si considerava un vero e proprio autore della propria vocalità, plasmando un registro timbrico, una cadenza espressiva e un’autonomia drammaturgica capaci di conferire al pupazzo di gommapiuma un’identità psicologica calda, arguta e sfaccettata. Tra le mura degli studi Rai fu il collega Gino Bramieri a intuire immediatamente la forza di quell’intonazione spontanea, suggerendogli di custodirla con cura poiché avrebbe segnato il suo successo professionale.
L’improvvisazione divenne la cifra stilistica dell’attore messinese, autore dei testi e delle frasi diventate modi di dire entrati nell’uso quotidiano, come il celeberrimo quesito retorico “Ma cosa mi dici mai?”. La presenza del pupazzo dialogante animò le serate del pubblico attraverso produzioni storiche quali Canzonissima e lo Zecchino d’Oro, affiancando figure iconiche del piccolo schermo come Raffaella Carrà, Memo Remigi, e Cino Tortorella.
La sua partecipazione ripetuta negli Stati Uniti all’Ed Sullivan Show, dove ebbe modo di confrontarsi con star del calibro di Ginger Rogers, consentì al piccolo personaggio, che mantenne il suo nome originale anche negli States, di affermarsi quale fenomeno della cultura pop internazionale. Un successo nutrito da un aneddoto quasi da favola raccontato dall’attore, che ricordava una visione infantile interpretata dalla madre come l’auspicio d’un folletto benigno.
Con la dipartita del maestro, la storia della televisione perde un pioniere del doppiaggio e della drammaturgia per l’infanzia. Il suo contributo oltrepassa il mero intrattenimento per posizionarsi a pieno titolo nell’antropologia dell’immaginario collettivo, ricordandoci la capacità dell’arte drammatica di infondere un soffio umano a una figura inanimata senza arrecare danno ad alcuno.