La macchina del tempo della politica siciliana ha improvvisamente accelerato, ma tra i saloni di Palazzo d’Orléans e le stanze romane di Montecitorio lo scadenziario elettorale segna tempi differenti. Sulla carta, la cornice statutaria e la legislazione regionale impongono che, in caso di dimissioni irrevocabili del Presidente della Regione, le urne debbano aprirsi entro novanta giorni. Tenuto conto del tempo tecnico indispensabile alla macchina amministrativa per completare le procedure — non meno di settanta giorni —, un passo indietro immediato di Renato Schifani costringerebbe l’Isola a un voto d’urgenza a ridosso delle feste.
In questo ipotetico incastro del calendario, le opzioni reali finirebbero per restringersi ai soli fine settimana del 13 o del 20 dicembre. La prima domenica del mese, quella del 6 dicembre, appare difatti impraticabile per l’impossibilità oggettiva di contrarre ulteriormente i tempi dell’iter burocratico. Allo stesso modo, posticipare la consultazione al 27 dicembre o al 3 gennaio significherebbe far coincidere il voto con il picco delle festività natalizie e del Capodanno, quando lo svuotamento dei centri urbani finirebbero per penalizzare ulteriormente l’affluenza alle urne.
L’ipotesi di una campagna elettorale lampo, giocata in pieno clima natalizio e tra le incognite dell’esercizio provvisorio, esiste ed è sul tavolo delle opzioni tattiche del governatore. Tuttavia, tra i corridoi della politica romana e regionale, in molti ritengono che questo scenario rappresenti più una leva negoziale che un disegno definitivo.
A raffreddare le pulsioni delle dimissioni d’impeto potrebbe intervenire la moral suasion del segretario di Forza Italia Antonio Tajani. La consegna arrivata da Roma è chiara: mettere in sicurezza i saldi finanziari della Regione. Un’uscita di scena repentina congelerebbe la stesura della legge finanziaria e la manovra sugli assestamenti di bilancio, con il rischio concreto di paralizzare gli enti locali e i fondi extra-regionali in una fase economica delicatissima.
La strategia a medio termine punta dunque a spostare il cronoprogramma verso la finestra della prossima primavera. Tale scenario consentirebbe di completare le sessioni di bilancio all’Assemblea Regionale Siciliana e di far coincidere le elezioni regionali con l’election day delle prossime politiche nazionali, una convergenza che i tattici dei partiti danno per molto probabile, indipendentemente dall’esito della riforma elettorale al Parlamento nazionale che domani alla Camera passerà al vaglio del voto segreto.
A pesare sui calcoli della maggioranza vi è poi un nodo di opportunità istituzionale di non poco conto: un’uscita di scena immediata di Schifani a causa delle vicende legate alla richiesta di arresto per Gaetano Armao lascerebbe la guida della Regione, per tutta la delicata fase di transizione verso il voto, nelle mani del vicepresidente Luca Sammartino, attualmente a processo nell’ambito dell’inchiesta Pandora con l’accusa di corruzione, creando un evidente imbarazzo per l’intera coalizione di governo.
Nel panorama delle candidature del centrodestra le diplomazie si muovono su un terreno fragile. Se la scelta dovesse ricadere ancora su Forza Italia, la corsa vedrebbe protagonisti Nino Minardo, forte del suo consenso nella Sicilia orientale e portavoce della richiesta di un cambio di passo, e Giorgio Mulè, vicepresidente della Camera di comprovata caratura istituzionale e mediatica, al momento accreditato come la figura più avvantaggiata nonostante i noti dissidi con l’assessore Edy Tamajo, recordman di preferenze alle ultime elezioni europee.
Qualora invece il testimone dovesse passare a Fratelli d’Italia, nonostante il commissario Luca Sbardella allo stato non mostri particolare interesse alla partita, i nomi papabili sarebbero quelli di Carolina Varchi, esperta parlamentare e già vicesindaco di Palermo, e dell’attuale assessore regionale alle Infrastrutture Alessandro Aricò, figura ben radicata nelle dinamiche di Palazzo d’Orléans.
Nel campo largo isolano il percorso appare decisamente delineato verso lo strumento delle primarie di coalizione. Il Partito Democratico sembra ormai propenso ad accogliere la proposta rilanciata da Italia Viva convergendo sul profilo di Pietro Bartolo, il medico simbolo di Lampedusa già europarlamentare nella scorsa legislatura, anche se all’interno della compagine dem resta una frangia che continua a sperare in un rilancio di Emiliano Abramo, leader siciliano della Comunità di Sant’Egidio e anima del movimento Solidali.
Sul fronte opposto del tavolo, il Movimento 5 Stelle punterebbe deciso su Ismaele La Vardera, ex iena e leader di Controcorrente, in forza di una stretta intesa con i vertici nazionali che si configura come una vera e propria partita di giro: il sostegno di La Vardera a Giuseppe Conte nella competizione delle primarie nazionali ricambiato dall’appoggio del Movimento alla sua leadership per la corsa regionale.
Primarie siano, dunque. Ma un interrogativo corre tra le diplomazie della coalizione: chi garantisce che, di fronte a un verdetto sfavorevole, La Vardera e i 5 Stelle non decidano di far saltare il banco? Il precedente del 2022, quando i pentastellati sconfessarono l’esito dei gazebo per lanciare una corsa in solitaria, brucia ancora.