Nel campo largo siciliano la forma continua a divorare la sostanza, trasformando la strategia politica in un esercizio di masochismo ideologico. L’annuncio dell’intesa tra Fratelli d’Italia e Sud chiama Nord per le prossime scadenze elettorali rappresenta il naturale epilogo di una partita gestita dal centrosinistra con un mix di altezzosa superbia e cronica miopia. Mentre la premier Giorgia Meloni e i vertici della maggioranza di governo dimostrano una implacabile pragmaticità nel sommare i consensi per consolidare la propria posizione, l’alleanza di sinistra sceglie ancora una volta la strada dell’ortodossia purista, preferendo un’inutile sconfitta a una possibile vittoria.
Il dato politico da cui muovere il ragionamento è chiaro. Lo statuto del Partito Democratico definisce il profilo della propria forza come quello di una comunità aperta, plurale e inclusiva. Eppure, osservando le dinamiche dell’isola in vista del fondamentale appuntamento regionale del 2027, la realtà racconta una storia diametralmente opposta. I dem finiscono puntualmente per farsi dettare l’agenda e la linea d’azione dalle frange più massimaliste del proprio schieramento, recependo con timidi distinguo le posizioni più radicali della coalizione.
Quando le diplomazie locali hanno iniziato a tracciare il perimetro del fronte alternativo al centrodestra, la posizione espressa da Cateno De Luca era stata ben differente da una pretesa egemonica. Il leader di Sud chiama Nord non aveva posto un’autostrada spianata verso la presidenza come precondizione vincolante, né aveva chiesto investiture a scatola chiusa. Aveva semplicemente aperto alla disponibilità di misurarsi attraverso lo strumento democratico delle primarie di coalizione, accettando di sottoporre la propria proposta politica al giudizio degli elettori del campo largo. Un confronto aperto con i candidati indicati dal tavolo dei progressisti, dove siedono almeno tredici sigle differenti, molte delle quali espressione di percentuali confinanti con l’irrilevanza statistica.
La risposta dell’arcipelago della sinistra è stata immediata e perentoria: un aut-aut categorico. Le forze più estremiste dell’alleanza hanno sollevato barricate preventive, ponendo il veto sulla presenza del movimento post ideologico e minacciando l’abbandono del tavolo qualora si fosse aperto anche solo uno spiraglio di dibattito. In un contesto elettorale che si preannuncia particolarmente complesso sia sul piano nazionale che in quello siciliano, dove la vittoria o la sconfitta potrebbero giocarsi davvero sul filo di lana e per una manciata di voti, la scelta di tagliare i ponti con un movimento radicato nel territorio appare un suicidio politico. Il Partito Democratico che ama definirsi moderato e di governo, ed è qui che il paradosso prende forma, ha preferito piegarsi ai diktat del perimetro minoritario, rinunciando preventivamente a quella dote di consensi indispensabile per contendere l’amministrazione regionale alla coalizione di centrodestra.
La reazione del campo progressista di fronte al concretizzarsi del patto tra De Luca e la coalizione di governo ha toccato vertici di involontaria comicità. Con una nota congiunta firmata dai rappresentanti di Alleanza Verdi Sinistra, Controcorrente, Progetto Civico, +Europa, Movimento PeR, Sinistra Futura e Possibile, le sigle massimaliste hanno celebrato il proprio isolamento con toni trionfalistici. Tra dichiarazioni di principio ed esercizi retorici (la più classica delle supercazzole), il comunicato ha invitato l’intero schieramento a chiudere definitivamente le porte a ogni ipotesi di interlocuzione con il leader di Sud chiama Nord, censurando persino quelle poche componenti dem che con prudenza avevano provato a caldeggiare una strategia di allargamento, come il sindaco di Enna, Mirello Crisafulli, o Nello Dipasquale, deputato questore all’Assemblea Regionale Siciliana.
Invece di interrogarsi sulle ragioni che spingono forze civiche e territoriali tra le braccia del centrodestra, la sinistra preferisce rifugiarsi nel perimetro rassicurante delle proprie certezze ideologiche. Il Partito Democratico, schiacciato dal timore di perdere la propria leadership simbolica a vantaggio delle componenti più movimentiste, rinuncia alla sua vocazione maggioritaria e si adegua alla tattica dei veti. L’esito di questo riposizionamento appare fin d’ora segnato: rassegnarsi a un ruolo di opposizione testimoniale, mentre il centrodestra dialoga, ringrazia, e incassa il dividendo elettorale.