Lo scontro politico interno alla Democrazia Cristiana si sta trasformando rapidamente in un’intricata battaglia di carte bollate. Il contenzioso tra i vertici del partito ha ormai travalicato la sede del dibattito interno, trascinando il simbolo e la governance della formazione politica davanti ai legali e al collegio dei probiviri.
Da una parte si colloca l’iniziativa del Consiglio nazionale convocato a Roma Da Renato Grassi che ha portato all’elezione di Carmelo Pace alla guida della segreteria, affiancata dalla decisione di azzerare la totalità delle strutture commissariali sul territorio affidando ad interim allo stesso Pace la guida della Sicilia, e far scivolare lo svolgimento delle assise nazionali al nuovo anno.
Un azzeramento che ha provocato la reazione del destituito commissario siciliano Salvatore Giuffrida, pronto a sollevare forti perplessità sulla reale regolarità formale della seduta, sulla sussistenza del numero legale e sull’effettiva validità dei passaggi statutari adottati.
E con lui Gianpiero Samorì, nella sua veste di segretario nazionale facente funzioni, ha contestato l’intera impalcatura di quelle decisioni evidenziando come gli organismi promotori fossero da considerarsi decaduti in funzione della convocazione dell’assise congressuale fissata per il 24 e 25 ottobre. Forte di quelle che ritiene sue prerogative statutarie, il segretario facente funzioni ha varato la sospensione cautelare d’urgenza nei confronti dello stesso Carmelo Pace e di Renato Grassi, deferendoli agli organi di garanzia interni.
Azione quest’ultima che ha generato una forza uguale e contraria, dato che la Direzione Nazionale convocata ancora una volta da Grassi ha deliberato il deferimento di Samorì al Collegio dei Probiviri, chiarito che nessun Congresso nazionale è stato convocato e nessun regolamento congressuale è stato approvato dal Consiglio nazionale, e comunicato che a tutela del nome, del simbolo e dell’integrità della Democrazia Cristiana, la Presidenza nazionale ha già incaricato i propri legali di fiducia di intraprendere ogni opportuna iniziativa nelle sedi competenti.
In questo quadro di totale contrapposizione, è del tutto evidente che spetterà unicamente alla giustizia dirimere l’intera vicenda, valutando la regolarità delle assemblee, le sospensioni e le competenze degli organi, districare e sciogliere tutti gli interrogativi e le complesse ipotesi che si profilano all’orizzonte.
Cosa accadrebbe, ad esempio, se Samorì si facesse eleggere segretario nazionale nel congresso da lui stesso convocato a fine ottobre? E se dovesse siglare un accordo in grado di sconfessare l’intesa politico-elettorale stretta dalla DC siciliana per concorrere assieme alla Lega alle prossime elezioni regionali? In un simile scenario ipotetico, chi avrebbe davvero la titolarità del simbolo per presentarsi alle urne?