CRISI DEI CALL CENTER IN SICILIA: 7 MILA A RISCHIO

di Redazione

Il settore dei call center sta attraversando una fase di trasformazione strutturale che rischia di compromettere seriamente l’equilibrio occupazionale del Mezzogiorno e, in modo particolare, della Sicilia. La progressiva riduzione dei volumi lavorativi, unita alla diffusione di strumenti avanzati di intelligenza artificiale e di processi automatizzati, sta spingendo diverse società a rivedere al ribasso i propri assetti d’organico, generando una forte tensione sul piano economico e sociale. Il fenomeno non riguarda unicamente le nuove dinamiche di mercato, ma si inserisce in un contesto già segnato da pratiche contrattuali complesse, come lo svolgimento di gare d’appalto caratterizzate da forti ribassi e dalle difficoltà legate all’applicazione continua delle clausole di salvaguardia sociale.

La mappa dell’emergenza fotografa un quadro critico soprattutto nel bacino di Palermo, area che storicamente ha rappresentato uno dei punti di riferimento nazionali per le attività di gestione delle relazioni con l’utenza. Un panorama lavorativo già compromesso dalle passate chiusure di realtà storiche del comparto come Almaviva Contact e Abramo Customer Care ha registrato nel giro di pochissimo tempo gli annunci relativi alle riorganizzazioni interne di Konecta Italia e di System House. Complessivamente, la stima dei posti di lavoro direttamente minacciati nell’isola supera le 7.000 unità, a cui si aggiungono numerose posizioni già congelate da tempo attraverso il ricorso agli ammortizzatori sociali, tra cassa integrazione e contratti di solidarietà.

Di fronte a questa escalation, le rappresentanze dei lavoratori hanno proclamato lo stato di agitazione e fissato una giornata intera di sciopero per la data dell’11 novembre. La protesta, promossa congiuntamente da Slc Cgil, Fistel Cisl e Uilfpc Uil, punta a richiamare l’attenzione delle istituzioni centrali sui pericoli di una transizione tecnologica sprovvista di regole chiare e di tutele adeguate. Secondo le analisi sindacali, l’impiego massiccio di algoritmi e sistemi automatizzati viene spesso declinato come un semplice strumento di contrazione dei costi operativi anziché come un’opportunità di riqualificazione del servizio e delle competenze umane.

Oltre alla mobilitazione sul campo, il confronto si sta spostando sui tavoli politici ed istituzionali. L’azione coordinata delle sigle sindacali ha sollecitato l’interesse di gruppi parlamentari di Camera e Senato, traducendosi in una serie di interrogazioni rivolte al Ministero delle Imprese e del Made in Italy e al Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali. La richiesta centrale e non più rinviabile indirizzata al Governo è l’apertura immediata di un tavolo permanente di crisi, indispensabile per definire un piano strategico che protegga i perimetri occupazionali e impedisca il definitivo ridimensionamento dell’intera filiera.