MIGRANTI CLANDESTINI: MEDICI MILITANTI SOTTO ACCUSA

di Redazione

Il dibattito sulla gestione dei migranti clandestini e sull’applicazione delle norme di sicurezza nel nostro Paese si arricchisce quotidianamente di nuovi e preoccupanti capitoli. Uno degli ultimi in ordine temporale riguarda una presa di posizione pubblica da parte di alcune associazioni e gruppi professionali, tra cui diversi operatori sanitari attivi a Palermo, i quali hanno sottoscritto un documento intitolato “Curare non è reato”, schierandosi apertamente a favore dei medici finiti lo scorso inverno nel mirino della giustizia a Ravenna.

Tali professionisti sono indagati per aver rilasciato una serie di certificati medici fotocopiati e sostanzialmente identici, finalizzati ad attestare una presunta e sistematica incompatibilità sanitaria tra i clandestini in attesa di espulsione e il loro collocamento all’interno dei Centri per il rimpatrio (CPR).

La vicenda giudiziaria solleva interrogativi sulla tenuta delle istituzioni e sul rispetto dei confini tra etica professionale, militanza politica e obbligo di osservanza delle leggi vigenti. Da un lato vi è l’azione della magistratura, chiamata a fare luce su condotte che appaiono, a un primo e rigoroso esame dei fatti, tutt’altro che trasparenti; dall’altro vi è una mobilitazione ideologica che rischia di legittimare la violazione sistematica delle disposizioni in materia di sicurezza pubblica e immigrazione.

Entrando nel merito della vicenda, le contestazioni mosse dagli inquirenti delineano un quadro ben distante dall’esercizio della normale attività medica o umanitaria. Curare significa prestare soccorso a chi soffre, diagnosticare patologie e prescrivere terapie adeguate. Qui, al contrario, siamo di fronte a un’ipotesi accusatoria molto grave: quella di aver utilizzato lo strumento della certificazione sanitaria non per tutelare la salute dei pazienti, ma come grimaldello burocratico per rendere di fatto inapplicabile una legge dello Stato.

Rilasciare documenti che certificano l’incompatibilità con i CPR indipendentemente dalle reali condizioni cliniche dei singoli individui, significa tradire il giuramento professionale e piegare la scienza medica a fini strumentali. Chi compie atti di questa natura commette un reato e, come tale, deve essere giudicato e punito secondo i dettami previsti dall’ordinamento giuridico. La legge è uguale per tutti, e nessuno può arrogarsi il diritto di decidere quali norme rispettare e quali ignorare.

Un profilo altrettanto critico, sul piano sociale e politico, emerge dalla scelta di sostenere pubblicamente tali condotte attraverso petizioni e manifestazioni di solidarietà. Giustificare o difendere la falsificazione di documenti medici con la scusa dell’umanitarismo non fa altro che alimentare un clima di illegalità diffusa e di aperta sfida alle autorità competenti.

Tali prese di posizione rischiano seriamente di configurare ipotesi di apologia di reato, delegittimando il lavoro delle forze dell’ordine e della magistratura e trasmettendo alla cittadinanza un messaggio devastante: che le leggi dello Stato possano essere impunemente aggirate se non corrispondono a determinate ideologie politiche.

In un momento storico in cui il controllo dei confini e la gestione ordinata dell’immigrazione rappresentano sfide cruciali per la stabilità del Paese se non del continente, tollerare o minimizzare episodi di questo tipo equivale a minare le fondamenta stesse della convivenza civile. La solidarietà, per essere autentica, non può mai trasformarsi in complicità con l’illecito. Le autorità competenti faranno piena luce sulle responsabilità individuali, ma è indispensabile che la collettività e le istituzioni ribadiscano con forza che lo Stato di diritto non ammette zone d’ombra né scorciatoie ideologiche.