Gli scontri che, nella giornata del 17 ottobre, hanno destabilizzato la città di Milano sono diventati il principale oggetto di discussione di queste settimane, accentrando l’attenzione mediatica, politica e dell’opinione pubblica. A far discutere, è stato soprattutto il fatto che i protagonisti delle azioni violente erano perlopiù minori, alcuni giovanissimi.
Il più giovane – come è stato ripetuto fino allo sfinimento – aveva appena undici anni. Un dettaglio che ha acceso la curiosità di molti, ha dato vita a molte domande e, soprattutto, ha spinto giornali e televisioni a provare a cercare delle risposte, scavando nella vita di questo ragazzino: sono state fatte interviste ai genitori nella casa in cui vive la famiglia, si è parlato della sua situazione scolastica, si è cercato – e raccontato – ogni dettaglio che potesse aiutare a ricostruirne il profilo. Sono circolate le immagini della sua intervista durante gli scontri, diventate virali in pochissimo tempo.
A fronte di tutto questo, il Garante per la protezione dei dati personali ha ritenuto opportuno intervenire, ordinando a Rai News, Le Iene, Open, Il Giornale d’Italia, il Corriere della Sera e Milano Post di limitare il trattamento dei dati del minore, e ricordando a chiunque che l’eventuale ulteriore diffusione di questi contenuti potrebbe costituire una violazione della disciplina sulla protezione dei dati personali.
La reazione più istintiva di fronte a queste notizie è quasi sempre quella di pensare che le regole sulla tanto famigerata privacy sono esagerate, immotivate, irragionevoli. Sapere tutto sembra un atto dovuto. La nostra curiosità e la voglia di entrare morbosamente nelle vicende degli altri, dei bisogni primari da soddisfare. Ma non è così. Un conto è il diritto di essere informati, di conoscere fatti e dettagli che hanno una rilevanza a livello pubblico, un altro è sacrificare le vite delle persone sull’altare del sensazionalismo mediatico.
È davvero necessario, per discutere costruttivamente di quanto accaduto a Milano, far sapere a tutta l’Italia dove vive l’undicenne che spaccava le vetrine? Dà valore aggiunto al dibattito pubblico conoscerne la storia scolastica?
La decisione del Garante ricorda che il ruolo dei media è esattamente quello di mediare le notizie: non è un caso se il principio dell’essenzialità dell’informazione è un principio cardine del giornalismo. Attraverso i media, le notizie dovrebbero arrivare al grande pubblico nei limiti di quanto è davvero utile, libere da dettagli irrilevanti e, a volte, addirittura dannosi. La differenza fra un video fatto con il cellulare da un qualsiasi passante e un servizio giornalistico dovrebbe stare proprio nella capacità di quest’ultimo di contestualizzare i fatti, ripulirli dal superfluo e restituirli a chi lo ascolta in modo tale da dare gli strumenti giusti per capire cosa è accaduto e farsi un’idea propria. Ricordando, soprattutto, che dietro ogni vicenda ci sono delle persone, e che la tutela della loro dignità deve rappresentare sempre il limite da non oltrepassare.
Concetti che valgono ancora di più quando a essere chiamati in causa sono i minori. Perché proteggere i minori non può essere una paternalistica attività di cui ci vantiamo quando dobbiamo decidere se o no farli accedere ai social, per poi dimenticarcene nel momento in cui dobbiamo scegliere è se consegnarli o meno alla gogna mediatica.
L’impatto che una vicenda del genere e, soprattutto, la sua narrazione, possono avere sulla vita di quell’undicenne è fortissimo. E non possiamo pensare di poterlo ignorare perché lo consideriamo colpevole. Anche perché, in realtà, è uno scrupolo che non ci facciamo neanche con chi ha il ruolo di vittima: basti pensare al caso Garlasco, altra vicenda nella quale il Garante è dovuto intervenire per ricordare alla stampa che la divulgazione delle immagini del cadavere della ragazza era assolutamente superflua per la narrazione dei fatti.
La privacy non è un’invenzione dei poteri forti per limitare la conoscenza, ma un presidio di libertà. Per tutti.