Se sulla terra restavano ancora tre o quattro persone convinte che Totò Cuffaro non fosse definitivamente arrivato alla fine della sua parabola politica, la decisione del Tribunale di Sorveglianza di Palermo è arrivata a dissipare anche l’ultimo margine di dubbio. Con una pronuncia di forte impatto, i giudici del collegio presieduto da Simone Alecci hanno infatti accolto la richiesta avanzata dalla Procura generale, rappresentata da Lia Sava e dall’avvocato generale Sergio Barbiera, decretando la revoca formale della riabilitazione concessa all’ex governatore nel settembre del 2022.
La conseguenza diretta di questo provvedimento è il ripristino immediato della sanzione accessoria dell’interdizione perpetua dai pubblici uffici, ponendo una pietra tombale su qualsiasi ipotesi di impegni ufficiali o ruoli all’interno delle istituzioni.
Alla base dell’ordinanza vi sono le recenti vicende giudiziarie che hanno visto l’ex numero uno della Democrazia Cristiana patteggiare una pena di tre anni di reclusione, sostituita con il compimento di 1.095 giorni di lavori di pubblica utilità presso la struttura “Casa del Sorriso” di Monreale, un’associazione onlus gestita da padri cappuccini che offre sostegno a minori e famiglie vulnerabili.
Tali accuse, relative ai reati di corruzione e traffico di influenze illecite, avevano già comportato l’applicazione della misura cautelare degli arresti domiciliari a dicembre scorso. Come sottolineato dai giudici del Tribunale di Sorveglianza, l’ordinamento penale prescrive chiaramente la labilità del beneficio riabilitativo qualora l’interessato commetta nuovi illeciti non colposi entro sette anni dalla decisione favorevole.
Nel caso in esame, le condotte contestate sono state attuate a meno di due anni dal provvedimento che nel febbraio del 2023 aveva azzerato gli effetti delle pene accessorie derivanti dalla condanna a sette anni patita nel gennaio del 2011 per favoreggiamento aggravato a Cosa nostra e rivelazione di segreto d’ufficio nell’ambito del processo “Talpe alla Dda”, pena che a causa di una riduzione della pena è stata scontata per quattro anni e undici mesi nel carcere romano di Rebibbia.
Nel corso del procedimento, la difesa dell’ex presidente della Regione, rappresentata dai legali Giovanni Di Benedetto e Marcello Montalbano, ha provato a contrastare l’impostazione dell’accusa sostenendo che il patteggiamento con pena sostitutiva non equivale a una condanna detentiva in senso stretto e non rappresenta un formale accertamento di responsabilità tale da giustificare la revoca della riabilitazione.
L’argomentazione è stata però respinta dal collegio di Palermo. Nella motivazione si precisa che le sanzioni sostitutive introdotte nell’ordinamento costituiscono risposte punitive a tutti gli effetti, concepite per superare la centralità del carcere ma dotate di piena efficacia afflittiva, e che l’accordo sull’applicazione della pena produce gli stessi effetti di una sentenza formale di condanna.
L’interdizione dai pubblici uffici impedisce definitivamente ogni rientro formale nell’arena pubblica, segnando l’epilogo giudiziario di un percorso “travagliato” e chiudendo in modo inequivocabile ogni spazio di manovra istituzionale per Cuffaro.