LARIMAR ANNALORO: L’INCHIESTA SI CHIUDE

di Redazione

Larimar Annaloro cercava risposte che oggi sembrano ancora più distanti, mentre la giustizia compie un passo indietro sull’ipotesi più grave. A distanza di due anni esatti da quel drammatico mercoledì di novembre in cui la giovane vita della studentessa si spezzò nel giardino di casa a Piazza Armerina, le aule giudiziarie registrano una svolta che lascia l’amaro in bocca a chi non ha mai creduto alla versione del gesto estremo.

Il tribunale di Enna ha infatti deciso di accogliere la richiesta di archiviazione per il fascicolo aperto inizialmente per omicidio, azzerando la pista della mano altrui che aveva spinto i genitori a battersi senza sosta fin dai primi istanti successivi al ritrovamento.

Era il 5 novembre del 2024 quando la tranquilla cittadina ennese, città di origine del padre, piombò in un incubo senza fine. Quella mattina, trascorsa tra i banchi di scuola del liceo scientifico, si era interrotta bruscamente dopo un alterco con alcuni coetanei. Salita a bordo della vettura per fare ritorno tra le mura domestiche, l’adolescente originaria del varesotto aveva appena accennato alla madre di dover raccontare qualcosa di gravissimo accaduto poco prima in classe, prima che l’arrivo del padre troncasse sul nascere quel colloquio. Una manciata di minuti trascorsi insieme prima che i genitori si allontanassero per sbrigare commissioni urgenti, lasciando l’abitazione incustodita per quarantacinque minuti appena.

Al loro rientro, la scoperta che avrebbe segnato per sempre la loro esistenza. Il corpo della quindicenne appariva legato in modo singolare e complesso a un albero del terreno annesso alla proprietà, con una corda che stringeva collo, addome e arti inferiori in una postura inginocchiata, lasciando inspiegabilmente libere le mani. Una serie di dettagli che fin da subito avevano sollecitato l’incompatibilità con la dinamica classica di un suicidio.

A partire dal referto autoptico, che escludeva la frattura dell’osso cervicale, fino alla curiosa pulizia delle scarpe malgrado il terreno fangoso e la collocazione dell’albero. Anomalie che avevano indotto i congiunti a formalizzare, già nel mese di dicembre del 2024, un dettagliato esposto per omicidio volontario contro ignoti, rifiutando categoricamente l’idea che la loro figlia potesse essersi tolta la vita.

Nonostante la chiusura del filone principale ennese, la verità giudiziaria non si spegne del tutto, spostando il baricentro investigativo verso la Procura per i minorenni di Caltanissetta. Qui resta infatti operativo un secondo canale d’indagine incentrato su reati differenti ma non meno dolorosi, che spaziano dall’istigazione al suicidio al cyberbullismo, fino all’ombra inquietante del revenge porn. Gli inquirenti nisseni avevano provveduto al sequestro dei dispositivi elettronici appartenuti sia alla vittima sia ad alcuni adolescenti più o meno vicini alla vittima, nel tentativo di decifrare il traffico di messaggi e immagini che secondo alcune indiscrezioni avrebbe potuto circolare tra i telefoni prima del dramma.

Una chiave di lettura mirata a spiegare il movente di un disagio profondo, che tuttavia non ha mai scalfito la convinzione della famiglia. Per i genitori, quei contorni opachi e quei silenzi non rappresentano la parola fine, bensì l’ennesimo stimolo per pretendere la verità su cosa sia realmente accaduto in quei quarantacinque minuti, quando una ragazzina con tanti sogni e speranze si è ritrovata sola di fronte a un baratro che nessuno è riuscito a intercettare in tempo.