MORTO SANTAPAOLA, FINE DI UN’ERA CRIMINALE

di Umberto Riccobello

Con Benedetto Santapaola muore un’epoca di inaudita violenza e di strategie criminali che hanno profondamente segnato il tessuto sociale ed economico siciliano. Il decesso avvenuto tra le mura del centro clinico del carcere di Opera, a Milano, non rappresenta soltanto la fine biologica di un uomo, ma l’epilogo definitivo di una parabola criminale che per decenni ha cercato di imporre una visione distorta del potere, intrecciando i destini di una delle più sanguinarie cosche di Cosa Nostra con le trame opache della borghesia catanese.

Chi osserva oggi la vicenda umana del boss, guardando al di là del freddo dato anagrafico degli ottantasette anni, si trova di fronte a una biografia che è, a tutti gli effetti, un manuale di come la mafia abbia tentato di rendersi invisibile attraverso la mimetizzazione nel quotidiano.

Le origini di quella che sarebbe diventata una delle figure di vertice della criminalità organizzata affondano le radici nel quartiere catanese di San Cristoforo, una realtà urbana dove l’ascesa sociale passava spesso attraverso sentieri che deviavano rapidamente dalla legalità. In quegli anni, la strada, le piazze e i circoli di quartiere offrivano le prime palestre per un giovane ambizioso, capace di trasformare la sua attività di gestore di bische clandestine in una solida base per una scalata gerarchica fulminea.

Non fu un caso che in pochi anni riuscì a guadagnare la fiducia dei vertici, diventando un uomo d’onore già nel corso degli anni Sessanta. La sua capacità di leggere il territorio, di intuire le debolezze altrui e di muoversi con la freddezza del predatore, gli permise di tessere una ragnatela di alleanze che andava ben oltre il controllo delle estorsioni tradizionali o del traffico di sostanze stupefacenti.

Il tratto distintivo del suo operato, ciò che lo ha reso un caso di studio per gli analisti della mafia e per gli inquirenti, risiede nella cosiddetta zona grigia, quello spazio indefinito dove l’illecito si confonde con il legittimo. Non era l’uomo che si accontentava di esercitare il dominio con la sola imposizione della forza. Al contrario, comprendeva bene che il vero potere risiedeva nella capacità di sedere ai tavoli dove si decidevano i destini economici della città.

È in questo solco che si inseriscono le sue attività, rappresentate plasticamente dalla concessionaria di automobili – alla cui inaugurazione presero parte l’allora Prefetto, il Questore, e il Vescovo della città – che divenne nel tempo un simbolo di una commistione inquietante. In quel periodo la città osservava una sorta di normalizzazione della presenza mafiosa che ha rappresentato uno dei momenti più bui della storia di Catania. Le inchieste successive avrebbero poi fatto luce su come questa rete di relazioni non fosse accidentale, ma il risultato di un disegno preciso volto a orientare l’opinione pubblica e garantire protezione e opportunità a un clan che, ufficialmente, non esisteva.

La scalata al vertice del potere catanese passò attraverso il tradimento di chi lo aveva preceduto. L’omicidio di Giuseppe Calderone, allora capo delle cosche catanesi, fu l’atto che sancì la sua ascesa definitiva, un evento che non sarebbe stato possibile senza l’avallo strategico dei Corleonesi di Totò Riina. L’alleanza con il capomafia palermitano segnò un cambio di passo nella gestione delle attività criminali. Se da un lato il legame con la Sicilia occidentale garantì una proiezione regionale alla cosca, dall’altro impose una subordinazione che avrebbe poi avuto conseguenze drammatiche durante gli anni delle stragi.

Eppure, anche in questo rapporto di forza, egli mantenne una sua peculiare autonomia, cercando di preservare l’area catanese da un attacco frontale allo Stato che avrebbe potuto attirare eccessive attenzioni investigative. Una strategia che, tuttavia, non poté essere mantenuta nel tempo, poiché il debito di sangue contratto con i vertici corleonesi impose infine scelte che lo trascinarono nel gorgo della strategia stragista degli anni Novanta.

Il capitolo dedicato al giornalista Pippo Fava rappresenta forse la pagina più emblematica della sua volontà di silenziare chiunque minacciasse l’equilibrio tra potere economico e criminale. La denuncia pubblica di quei rapporti tra mafia, politica e “cavalieri” dell’imprenditoria non poteva essere tollerata. L’omicidio di Fava fu un segnale chiaro, un avvertimento che la mafia non si limitava a colpire i nemici tradizionali, ma si sentiva legittimata ad abbattere chiunque osasse squarciare il velo di omertà che copriva la città. Quell’evento segnò una rottura definitiva, dimostrando che la criminalità organizzata era disposta a intervenire nel dibattito pubblico con la violenza più brutale quando la parola diventava una minaccia.

La scia di omicidi che ha accompagnato la sua carriera è impressionante per varietà e ferocia. Dalle faide per il controllo del territorio, che hanno seminato centinaia di morti tra clan rivali e famiglie in lotta, fino all’esecuzione dell’ispettore Giovanni Lizzio, ogni atto era volto a consolidare una leadership che non ammetteva incrinature. Le stragi di Capaci e di via D’Amelio, che hanno decapitato i presìdi di legalità in Italia, lo hanno visto partecipe di quel piano eversivo che cercava di piegare lo Stato attraverso la minaccia costante. Il suo coinvolgimento in quelle vicende non fu solo il frutto di una subordinazione al comando palermitano, ma l’adesione a un progetto che mirava a ridefinire i rapporti di forza tra la democrazia e il potere occulto.

Tra gli episodi che meglio illustrano la ferocia cieca di Santapaola e del clan, emerge il massacro consumato nel 1976 nelle campagne di Mazzarino. Quattro giovanissimi, di età compresa tra i dieci e i quindici anni, furono strangolati e sepolti per aver osato offendere l’onorabilità della famiglia del boss: un modesto scippo ai danni della madre di Nitto e uno sberleffo al fratello furono pagati con la vita. Nonostante la brutalità di tale esecuzione sia stata svelata dai racconti dei collaboratori di giustizia nei decenni successivi, Santapaola non è mai stato condannato per questo specifico delitto, lasciando questo capitolo tra le tante pagine di orrore mai pienamente chiuse nelle aule di tribunale.

La latitanza, protrattasi per ben undici anni, è stata un periodo durante il quale il mito dell’invisibilità ha continuato ad alimentarsi. La sua capacità di spostarsi tra le campagne del catanese e i rifugi nel messinese, protetto da reti di fiancheggiatori che facevano parte del tessuto sociale di quei territori, ha reso per lungo tempo inefficaci le ricerche.

Solo l’operazione nota come Luna Piena, culminata nell’alba del maggio novantatré in un casolare di Granieri, a pochi chilometri da Caltagirone, riuscì a porre fine a quella lunga ombra. La cattura avvenne in un contesto quasi domestico, con il boss a letto con la moglie, Carmela Minniti, che poco più di due anni dopo sarebbe stata uccisa per vendetta da un collaboratore di giustizia in semilibertà.

Da quel giorno, le porte del carcere si sono chiuse definitivamente alle sue spalle. Il regime di 41 bis ha rappresentato la fine della sua capacità di esercitare il comando in modo diretto. Negli ultimi tre decenni, ha vissuto in un isolamento che non ha mai intaccato, almeno nelle ricostruzioni giudiziarie, la sua posizione di vertice all’interno del clan, tanto da portare a continui rigetti delle istanze di scarcerazione. Le condizioni di salute, aggravate dal diabete congenito e dalle complicanze che hanno segnato i suoi ultimi anni, hanno trasformato la sua esistenza in una lunga attesa della fine, in una struttura sanitaria penitenziaria che è stata, di fatto, la sua ultima dimora.

La figura di colui che molti chiamavano il cacciatore rimane oggi come una testimonianza di quanto possa essere perniciosa un’organizzazione che non si limita alla coercizione, ma che tenta, a volte riuscendoci, di corrodere il sistema dall’interno. Non è stata solo la storia di un boss dedito al sangue, ma la cronaca di un sistema che ha saputo farsi accettare in contesti che avrebbero dovuto respingerlo.

La sua scomparsa non è, come qualcuno sperava nei primi anni della sua detenzione, il segno di una definitiva sconfitta della mafia, ma piuttosto la chiusura di un capitolo storico che deve servire da monito. Il declino di un modello criminale che ha basato la sua forza sulla capacità di generare una perfetta osmosi tra la violenza sistematica e mimetismo istituzionale rimane, infatti, una lezione fondamentale sulla persistenza di quelle zone grigie che, ancora oggi, costituiscono la sfida più complessa per la tenuta democratica del nostro Paese.