«Giovedì si terranno i funerali di mio padre, mi scuso con le persone del mercato ma essendo che era molto amato non si fa il mercato fatelo girare nel modo che arriva a tutti». Queste parole, affidate alla velocità virale dei social network dalla figlia di un noto pregiudicato deceduto per malattia, non sono state un semplice annuncio funebre, ma un ordine perentorio che ha piegato un intero quartiere.
A Palermo, nello Zen, il rito del giovedì mattina, fatto di grida di venditori e viavai di famiglie con le borse piene tra i banchi di via Luigi Einaudi, è stato cancellato non da un’ordinanza prefettizia o da una decisione del Comune, ma dal diktat della famiglia di Carmelo Barone. L’uomo, sessantaquattrenne con un passato segnato da detenzioni, rapine e un coinvolgimento nel processo di mafia scaturito dall’operazione “Bivio”, è diventato il pretesto per una dimostrazione di forza che ferisce mortalmente la dignità di una comunità.
Quanto accaduto non può essere archiviato come un episodio di folklore locale o come un eccesso di zelo di parenti addolorati. È, al contrario, il segno tangibile di una sovranità parallela che decide quando, come e se i cittadini possono esercitare il proprio diritto al lavoro. Mentre le comunicazioni saltavano da uno smartphone all’altro e alcune parole venivano sussurrate all’orecchio, decine di ambulanti tornavano a casa con i furgoni pieni e le tasche vuote, sconfitte da un manipolo di giovani in scooter che, secondo le prime ricostruzioni, hanno pattugliato la zona con sguardi intimidatori per assicurarsi che l’ordine fosse rispettato.
È necessario porsi interrogativi pesanti sul controllo del territorio e la gestione dell’ordine pubblico. Lo Zen non è una terra di nessuno, o almeno non dovrebbe esserlo. Esiste un presidio di legalità, ci sono forze dell’ordine che ogni giorno operano in un contesto difficile, ma in questa occasione qualcosa si è inceppato in modo drammatico. Bisogna accertare se le autorità fossero al corrente di quei messaggi che circolavano da ore e cosa sia stato fatto, concretamente, per impedire che una minaccia virtuale diventasse un blocco reale. Se le istituzioni non intercettano segnali così palesi, il rischio è che il controllo del territorio scivoli definitivamente nelle mani di chi considera le strade di un quartiere come proprietà privata.
La risposta dello Stato non può limitarsi alle pur necessarie parole di condanna. Serve una “controrivoluzione” istituzionale. Il linguaggio della fermezza deve tradursi in atti amministrativi e giudiziari senza precedenti. Ogni singolo messaggio pubblicato dai familiari e dagli affini, ogni post che invita alla sospensione delle attività economiche per ragioni di “rispetto” verso figure della criminalità, deve essere mappato, isolato e considerato formalmente come una minaccia in sede processuale. Non è libertà di espressione chiedere che un mercato si fermi per un lutto privato; è un atto di coercizione che mira a dimostrare chi comanda davvero tra i palazzi di cemento dello Zen.
Allo stesso tempo, occorre un intervento drastico verso chi ha chinato la testa. Le autorità devono valutare seriamente la sospensione delle licenze per quegli operatori mercatali che hanno accettato in silenzio l’imposizione. Sebbene sia comprensibile la paura di chi si trova solo davanti a un gruppo di picchiatori in motorino, è proprio qui che lo Stato deve inserirsi con forza: se l’ambulante si sente più protetto dall’obbedienza al clan che dalla tutela della legge, abbiamo già perso.
Punire chi subisce può sembrare crudele, ma è l’unico modo per spezzare il legame di omertà e costringere tutti a una scelta di campo definitiva. Le istituzioni devono dichiararsi in uno stato di guerra civile e democratica contro questi pezzi deviati del tessuto sociale che soffocano lo sviluppo e la libertà.
La presenza massiccia delle Forze dell’ordine non deve essere un evento sporadico legato all’emergenza del momento, ma una costante ossessiva nelle zone di “confine” della città. Non si può permettere che a Brancaccio o allo Zen esistano zone d’ombra dove il diritto si ferma davanti al portone di un pregiudicato.