LA POVERTÀ IN ITALIA AL MINIMO STORICO

di Redazione

I più recenti aggiornamenti statistici provenienti dai database di Eurostat disegnano un quadro sociale per l’Italia profondamente diverso da quello spesso tratteggiato nelle analisi pessimistiche degli ultimi mesi. Mentre il dibattito pubblico si interroga sulla tenuta del sistema Paese, i numeri ufficiali certificano che la quota di cittadini a rischio povertà o esclusione sociale ha raggiunto nel 2025 il suo punto più basso dall’inizio delle rilevazioni sistematiche a livello europeo. Si tratta di un traguardo che non rappresenta solo una fluttuazione statistica isolata, ma il culmine di una parabola discendente che ha subito una decisa accelerazione nell’ultimo triennio.

Entrando nel dettaglio delle cifre, emerge come il tasso di fragilità sociale sia sceso dal 28,4% registrato nel 2015 fino al 22,6% attuale. Questo scarto del 5,8% si traduce, in termini demografici reali, in oltre quattro milioni di persone che sono riuscite ad allontanarsi dalla zona d’ombra del bisogno e dell’emarginazione. La rilevanza di questo progresso è accentuata dal confronto diretto con le altre grandi economie del continente.

Se l’Italia mostra un segno meno davanti alle percentuali di rischio, lo stesso non si può dire per la Francia e la Germania. Parigi ha infatti visto un incremento della popolazione in difficoltà dell’1,2%, con oltre due milioni di persone scivolate sotto la soglia di allerta, mentre Berlino ha segnato un peggioramento del 2,4%, coinvolgendo quasi un milione e mezzo di nuovi cittadini nel perimetro della vulnerabilità economica.

Il miglioramento del contesto italiano appare particolarmente vivace se si osserva il segmento temporale che va dal 2022 al 2025. In questo arco di tempo, la riduzione del rischio è stata pari all’1,8%, portando il Paese a ridurre sensibilmente la distanza dai partner europei. Se storicamente la Francia e la Germania godevano di un vantaggio competitivo notevole, oggi Parigi si attesta al 20,8% e Berlino al 21,2%, cifre che rendono il divario con il 22,6% italiano estremamente sottile. La Spagna, pur avendo intrapreso un percorso di riduzione, ha ottenuto risultati più modesti, fermandosi a un recupero di circa settecentomila persone nello stesso decennio.

Secondo gli esperti e le istituzioni che monitorano l’andamento del mercato, le ragioni di questo fenomeno sono da ricercare in una combinazione di fattori strutturali e di politiche attive. In primo luogo, il raggiungimento di livelli record sul fronte occupazionale, con oltre 24 milioni di lavoratori attivi e un tasso di disoccupazione ai minimi storici, ha rappresentato il principale motore di resilienza. La trasformazione dei rapporti di lavoro, caratterizzata da una maggiore stabilità contrattuale, ha fornito alle famiglie le garanzie necessarie per uscire dallo stato di precarietà.

A ciò si sono aggiunti interventi mirati sulla pressione fiscale. Le manovre di alleggerimento del cuneo e la revisione delle aliquote Irpef hanno permesso di aumentare il reddito disponibile per le fasce medio-basse, mentre incentivi specifici per l’impiego di giovani e donne hanno cercato di colmare i gap storici del nostro sistema. Dal fronte politico, la lettura dei dati è univoca: i risultati del governo Meloni confermano la validità di una visione che privilegia il lavoro e la produzione di reddito rispetto a forme di assistenza pura.

In questa prospettiva, misure come il piano casa o il sostegno ai salari minimi contrattuali vengono indicate come le leve che hanno permesso di invertire la rotta rispetto a un passato dominato dall’assistenzialismo. L’Italia, dunque, si presenta oggi con una solidità sociale rinnovata, capace di resistere alle turbolenze internazionali meglio di quanto facciano i partner europei.