Maurizio Landini è finito al centro di una dura polemica politica e sociale a causa di alcune controverse affermazioni pronunciate durante la chiusura di “Una e indivisibile: l’Italia riparte dal Mezzogiorno”, un convegno sindacale tenutosi a Roma lo scorso 21 maggio. Il leader della Cgil, ribadendo la storica e netta contrarietà della sua organizzazione alla realizzazione del collegamento stabile tra Sicilia e Calabria, ha evocato uno scenario che ha immediatamente sollevato un polverone. Nel criticare il progetto, il sindacalista ha infatti sostenuto che l’infrastruttura non rappresenterebbe un reale volano di sviluppo per il territorio, ma si trasformerebbe piuttosto in una corsia preferenziale per la criminalità organizzata, ipotizzando che il principale effetto pratico dell’opera sarebbe quello di unire le mafie delle due regioni.
La reazione del mondo civico è stata immediata, e a guidare la protesta è stata la Rete Civica per le Infrastrutture nel Mezzogiorno, un movimento che da anni si batte per il rilancio infrastrutturale, economico e sociale del Sud Italia. Il presidente del movimento, Fernando Rizzo, ha preso duramente posizione contro il leader sindacale, accusandolo di aver utilizzato argomentazioni offensive e denigratorie che finiscono per colpire indistintamente milioni di cittadini onesti. Secondo Rizzo, legare in modo così automatico una grande opera pubblica al concetto di malaffare e criminalità rappresenta un’operazione culturale retrograda, capace solo di alimentare vecchi stereotipi che da decenni rallentano l’emancipazione economica e occupazionale del Mezzogiorno.
Rete Civica ha voluto ribaltare radicalmente la logica espressa dal sindacato, evidenziando come i fenomeni criminali e la sottomissione sociale non si combattano bloccando la modernizzazione, bensì il contrario. Le mafie, è stato ricordato, prosperano storicamente laddove lo Stato è assente, dove mancano i collegamenti elementari e dove le opportunità di lavoro scarseggiano. Il Ponte sullo Stretto viene difeso dal movimento non come una cattedrale nel deserto, ma come il tassello terminale e indispensabile di un corridoio logistico, pensato per agganciare stabilmente l’economia del meridione d’Italia ai flussi commerciali del continente.
Il ritratto che emerge del segretario generale della Cgil da questa vicenda appare decisamente opaco e tutt’altro che edificante. Landini, che pure guida un’organizzazione con una forte base di iscritti nelle regioni meridionali, sembra incarnare una forma latente di “razzismo infrastrutturale”, una visione asimmetrica dello sviluppo nazionale che applica pesi e misure differenti a seconda della latitudine.
Nella sua parabola sindacale, infatti, il leader emiliano non ha mai manifestato la stessa intransigenza o lo stesso sdegno ecologico di fronte ai grandi investimenti viari e ferroviari realizzati nel Nord Italia o nella sua stessa regione d’origine. I trafori alpini, le estese reti dell’alta velocità padana, i complessi nodi ferroviari sotterranei e i ponti monumentali costruiti nel settentrione sono sempre stati considerati elementi legittimi di progresso e modernità.
Quando però il medesimo principio di continuità territoriale e di potenziamento logistico viene applicato all’estremo Sud, lo sguardo del sindacalista si fa improvvisamente sospettoso, quasi che il Mezzogiorno fosse antropologicamente condannato all’arretratezza e all’incapacità di gestire la modernità. Questo atteggiamento discriminatorio finisce per tradire la stessa missione sociale del sindacato, trasformando la legittima critica tecnica in un pregiudizio culturale che offende la dignità dei lavoratori meridionali.