Enorme sequestro di beni per circa duecento milioni a una famiglia legata alla mafia di Campobello di Mazzara. Sono Giacomo Tamburello che scontava i domiciliari, l’ex moglie Maria Antonina Bruno e il figlio Luca. Tutti e tre arrestati.
Giacomo Tamburello, 66 anni, dagli anni ’80 è stato un trafficante internazionale di droga con a carico numerose condanne, attività con la quale aveva guadagnato enormi quantità di denaro.
Il figlio Luca, si è laureato in discipline bancarie e finanziarie internazionali e ha lavorato in istituti di credito come Morgan Stanley a Londra, esperienze attraverso le quali ha stretto rapporti con la finanza che conta.
Il denaro guadagnato con la droga è stato investito grazie a società paravento e prestanomi.
Sembra che la famiglia versasse da sempre una notevole percentuale al boss Matteo Messina Denaro in cambio di protezione e autorizzazione al traffico internazionale. Non si esclude che parte del patrimonio reinvestito fosse dello stesso boss deceduto nel settembre del 2023.
Stamani si è svolta una conferenza stampa alla presenza del Procuratore Nazionale Antimafia e Antiterrorismo, Giovanni Melillo, e del Procuratore della Repubblica di Palermo, Maurizio de Lucia.
“Riteniamo – ha detto il procuratore di Palermo Maurizio de Lucia illustrando i risultati dell’indagine – di aver individuato parte importante degli investimenti fatti dalla mafia anche all’estero e questo anche grazie alla cooperazione di uffici giudiziari di altri Paesi”.
Le attività di indagine sono in corso di svolgimento – oltre che in Italia – ad Andorra, a Gibilterra, alle isole Cayman, in Lussemburgo, in Svizzera, in Libano, nel Principato di Monaco e in Spagna (nelle città di Malaga, Marbella, Benahavis e Puerto Banùs), in stretta collaborazione e costante raccordo con i collaterali Organi giudiziari e di polizia, attivati tramite richieste rogatoriali e strumenti di cooperazione europea.
Eseguite anche estese perquisizioni a Malaga (ES) e a Campobello di Mazara (TP), in tutti i luoghi nella disponibilità degli indagati.
Sono oltre 150 i finanzieri impegnati nelle operazioni, parte di quali anche all’estero, al fianco delle forze di polizia degli Stati coinvolti.
Impiegati anche mezzi aerei, droni e dispostivi “termo scanner” per la ricerca di intercapedini e cavità nascoste, oltre a un team di esperti specializzato in analisi informatiche per l’individuazione di wallet digitali e criptovalute.
L’operazione giunge al culmine di una complessa attività investigativa condotta dal Nucleo di Polizia economico-finanziaria di Palermo, che ha consentito di ricostruire un imponente patrimonio frutto del reimpiego, in molteplici Stati europei ed extraeuropei, di ingenti capitali derivanti da attività di narcotraffico, prosperate – già a partire dagli anni ’80 – sotto l’egida di Cosa Nostra trapanese (TP).
Le investigazioni sono nate da una segnalazione delle Autorità di Andorra relativa a una donna originaria di Campobello di Mazara (TP) con importanti disponibilità economiche in quel Paese.
I successivi accertamenti hanno permesso di appurare che la stessa era stata coniugata con un narcotrafficante di elevato spessore criminale, già destinatario di plurime condanne, con rapporti di stretta contiguità con Cosa Nostra.
Su questo punto, fondamentali nel corso delle indagini si sono dimostrate le dichiarazioni rese da più collaboratori di giustizia, i quali hanno chiarito come parte del flusso di denaro connesso ai traffici di stupefacenti fosse destinata, in modo sistematico, alle esigenze del mandamento di Castelvetrano e del suo stesso vertice, Matteo Messina Denaro.
Sulla base di queste premesse, si è fatta strada l’ipotesi che i fondi andorrani fossero in realtà da ricondurre alle suddette attività criminali nel settore degli stupefacenti.
Sono stati avviati, dunque, più estesi accertamenti che, partendo dal Principato di Andorra, si sono irradiati in numerosi altri Paesi europei ed extraeuropei.
In particolare, iniziative di collaborazione sono state instaurate, anche attraverso la rete di esperti economico-finanziari all’estero della Guardia di Finanza, con la Spagna, il Lussemburgo, il Principato di Monaco e il Libano.
In Spagna, in special modo, grazie alle intense sinergie con la Policia National, è stato possibile anche eseguire (tramite Ordine di Investigazione Europeo) attività tecniche di intercettazione, in parallelo con le analoghe operazioni condotte in Italia.
Tutti questi accertamenti hanno permesso di cristallizzare l’imponente patrimonio sedimentato in oltre 40 anni come reimpiego dei proventi delle attività di narcotraffico.
Più in dettaglio, è stato possibile acclarare come quei capitali siano stati nel tempo reimmessi nei circuiti dell’economica legale e siano oggi disseminati in una vasta moltitudine di strumenti finanziari, di partecipazioni azionarie, rapporti bancari, nonché in holding societarie e altri veicoli di schermatura localizzati, in massima parte, in Spagna, Lussemburgo, Principato di Monaco, Isole Cayman, Libano e Gibilterra.
Nel merito, sono state individuate 8 società estere, di cui 5 ubicate in Spagna, 2 con sede a Gibilterra e 1 alle Isole Cayman, impiegate prevalentemente come contenitori di investimenti immobiliari e gestione patrimoniale.
Sul piano delle disponibilità, sono stati accertati numerosi rapporti bancari e portafogli titoli, distribuiti in diverse giurisdizioni, per un valore pari a circa 12,5 milioni di euro e con evidenze riferibili anche a epoche risalenti. È stata appurata, inoltre, la detenzione di quote di partecipazione di rilevantissimo valore nell’azionariato di un istituto di credito libanese. Al contempo sono state ricostruite operazioni di investimento in metalli preziosi, nella specie oltre 12 Kg di oro, poi confluiti nelle disponibilità finanziarie sottoposte a sequestro. Di straordinario pregio, inoltre, sono gli immobili individuati, 22 in tutto, molti dei quali veri e propri resort di lusso, situati tra Marbella, Benahavis e Puerto Banùs, in alcune tra le località più esclusive della costa del Sol.
Di pari passo con la ricostruzione delle suddette ricchezze, le indagini hanno altresì evidenziato come le stesse siano state nel tempo gestite, sotto la supervisione del narcotrafficante, dalla moglie e soprattutto dal figlio (anch’essi sottoposti a custodia cautelare in carcere).
I due nuovi collaboratori di giustizia sono Vincenzo Spezia, big storico della mafia di Campobello di Mazara e Giuseppe Bruno.
Entrato in Cosa nostra negli anni ’80, Vincenzo Spezia è figlio di Nunzio Spezia, ex capo della famiglia mafiosa di Campobello da cui ha ereditato il ruolo nel clan. Fedelissimo dell’ex latitante, il neo pentito vanta un curriculum criminale di eccezionale spessore. Dopo una lunga latitanza in Venezuela, è stato arrestato nel 2003 ed estradato in Italia nel 2007 e poi condannato per mafia e omicidi. “Tamburello e il fratello hanno aperto sulla Costa del Sol alcune gelaterie però lavoravano pure con l’hashish, ma tonnellate di hashish – ha detto ai pm – Hanno fatto i miliardi”.
Giuseppe Bruno, invece, è detenuto in Brasile dal 2023. Collabora con la giustizia italiana e brasiliana dal 2025, ha concluso un accordo di collaborazione con la Procura Federale del Rio Grande do Norte ed è stato ammesso al programma provvisorio di protezione in Italia. E’ stato lui a raccontare ai magistrati palermitani il ruolo della famiglia di Messina Denaro nell’importazione di hashish dal Marocco e degli affari di droga con la Spagna.