Sono passati 80 anni esatti dalla polemica che lo scrittore siciliano Elio Vittorini ebbe con il responsabile cultura del Partito Comunista, Mario Alicata, e successivamente con il segretario nazionale di quel partito, Palmiro Togliatti a proposito della libertà di artisti e intellettuali. Pensavamo che quel dibattito si fosse chiuso con la storia che alla fine attribuì ragione a Vittorini. Ma la cultura veterocomunista è dura a morire e ancora oggi c’è chi pretende che gli artisti siano agli ordini di una corrente, di un partito o di una coalizione.
Vittorini aveva ragione quando diceva che gli intellettuali non potevano essere i pifferai della rivoluzione e avevano torto Alicata e Togliatti quando pretendevano che uno scrittore come Vittorini e la sua rivista “Il Politecnico” dovessero seguire in scritti e dichiarazioni la linea del partito.
Oggi Iachetti, Morgan e tanti al seguito del conformismo dilagante e dell’intolleranza della sinistra estrema pretendono di fatto la stessa cosa e hanno attaccato Francesco De Gregori per la sua dichiarazione semplice ed efficacissima:
«Non capisco quegli artisti che vogliono sensibilizzare il loro pubblico – ha detto De Gregori-. Perché? Non é già abbastanza sensibile per conto suo? C’è bisogno che Springsteen dica la sua su Trump? Provo imbarazzo quando chi promuove uno spettacolo si schiera in maniera netta e apodittica su questioni internazionali o di guerra. Perché tutto il mondo che ci sta intorno va analizzato con estrema cura: un proclama buttato giù da un palco oppure scritto in un appello mi lascia indifferente. È un ruolo che sento di non condividere. Non mi sento superiore al pubblico, non credo di poter dare lezioni su Gaza o sull’Iran. Non dò lezioni e non le voglio nemmeno prendere da un cantante o da una persona di cinema».
Ed è subito partita la gogna mediatica. Gli insulti, il tentativo di isolare un artista e, con lui, chiunque rivendica la libertà degli artisti di non dovere per forza scegliere ed essere militanti. Il divieto di avere dubbi, l’obbligo di prendere parte e di adeguarsi alla marea montante dell’estremismo, al pensiero unico di un certo mondo dello spettacolo, e così non subire contestazione ed essere applaudito.
Tra tutti si sono distinti Enzo Iachetti e Morgan, due noti “intellettuali” del momento, il che peraltro dimostra quanto è triste il momento.
“Grande ca**ata – ha detto Iachetti rispondendo a De Gregori. L’uomo di spettacolo è un uomo che pensa al mondo e al futuro dei suoi figli. Che delusione che sei”.
E Morgan in un video postato sui suoi profili social ha criticato aspramente al limite dell’insulto De Gregori: “Vedi Francesco – ha detto – tu non capisci perché gli artisti devono schierarsi politicamente. Oggi credo che tu non sia sufficientemente interessato alla questione perché non hai bisogno più di lottare. Dovresti ricordarti però che la lotta è la postura naturale per chiunque abbia quello slancio che si chiama spirito artistico”.
Affermazione ingiusta e che fa un pò sorridere rivolta ad un cantautore che nelle sue canzoni ha sempre espresso il suo pensiero e che in tanti momenti ha saputo schierarsi sempre con i suoi testi e non con inutili proclami. Basti pensare a canzoni come “Generale” o “La storia siamo noi”.
Ma una potente shitstorm sui social non ha risparmiato alcuna offesa a De Gregori: «Se vuoi stare zitto su Gaza, devi stare zitto sempre». «Sei un bollito, un pensionato, sai d’aceto». E così via.
È l’estremismo conformista di sempre e si tratta di una strada pericolosamente illiberale.
Nel 1976 Francesco De Gregori subì una pesante intimidazione a Milano, alla fine di un concerto: «Vennero a prendermi nei camerini in dieci – ha detto -, uno aveva una pistola, e mi fecero tornare sul palco, dove venni sottoposto a una sorta di processo popolare». L’accusa era di essere troppo borghese, di non impegnarsi per la rivoluzione.
Seguirono gli anni di piombo e il rapimento Moro.
La violenza è sempre figlia dell’intolleranza e l’isolamento di chi non la pensa come viene richiesto è figlio diretto del fascismo e dello stalinismo comunista.
La risposta migliore l’ha fornita Enrico Ruggeri, un altro artista che per le sue convinzioni, giuste o sbagliate che siano, è stato isolato (qualche giorno fa, adducendo a motivazione le posizioni dell’artista sul green pass, il Pd di Codogno, ha chiesto di annullare il suo concerto).
“Schierarsi – ha detto Ruggeri rivolto agli estremisti del pensiero unico – significa rischiare grosso, voi volete che gli artisti lo facciano, ma solo ripetendo ciò che pensate voi”.
Nessuno può pretendere che gli artisti si schierino. A loro va lasciata la massima libertà e gli epuratori vanno cacciati dalla storia. Chi ha epurato un cantante come Povia e tenta di epurare Enrico Ruggeri o, è stata polemica del mese scorso, ha tentato di massacrare mediaticamente Delia Buglisi per essersi permessa di esprimere un’opinione diversa, è lo stesso gruppo del pensiero unico che pretende che De Gregori dica quel che loro vogliono.
Aveva già risposto con efficacia negli anni ’80 Edoardo Bennato:
“Io di risposte non ne ho
Io faccio solo rock’n’ roll
Se ti conviene bene
Io più di tanto non posso fare
Gli impresari di partito
Mi hanno fatto un altro invito
E hanno detto che finisce male
Se non vado pure io
Al raduno generale”.
Nel 1946 Alicata accusò Vittorini di promuovere una politica culturale non allineata alle direttive del PCI. Vittorini rispose rivendicando l’autonomia della cultura e l’indipendenza di artisti e intellettuali dagli ordini del Partito.
Evidentemente ancora oggi dopo 80 anni i seguaci stalinisti di Togliatti e Alicata vorrebbero perseguitare Elio Vittorini e gli artisti che si permettono di restare indipendenti.