LA DEMOCRAZIA CRISTIANA A RISCHIO SCOMPARSA

di Redazione

Il panorama politico siciliano registra una forte vibrazione all’interno della Democrazia Cristiana, una forza che dal 2020 aveva cercato di riorganizzarsi attorno alla figura di Totò Cuffaro, ma che ora si trova a fare i conti con una crisi d’identità e una leadership vacante. L’addio notificato ieri della presidente regionale del partito rappresenta un segnale inequivocabile di un malessere che cova da tempo tra le fila dei centristi, un disagio strutturale legato non soltanto alle recenti vicende giudiziarie, ma anche a una radicale divergenza sulla linea strategica da seguire in vista dei prossimi appuntamenti elettorali, quando l’isola sarà chiamata a rinnovare l’Assemblea Regionale Siciliana e a scegliere la nuova guida di Palazzo d’Orléans.

A confermare la gravità di una situazione da tempo già tesa è stata la decisione di Laura Abbadessa, figura stimata nel panorama politico dell’isola, che ha deciso di rassegnare le proprie dimissioni da presidente lasciando inoltre il partito. «È una scelta maturata dopo profonda riflessione e non priva di amarezza» – dichiara la Abbadessa – dettata dalla constatazione che nell’attuale contesto non vi fossero più i presupposti necessari per portare avanti un progetto che potesse dirsi coerente con i principi etici e morali che avevano motivato la sua adesione originaria.

Per l’ex presidente, il legame con la tradizione cattolico-democratica non può ridursi a una mera operazione di facciata o alla difesa di un simbolo, ma deve tradursi in scelte quotidiane improntate alla massima trasparenza, al rigore istituzionale e alla tutela esclusiva dell’interesse della collettività. Il suo congedo, espresso con grande dignità, lascia un vuoto difficilmente colmabile e priva il partito di una guida autorevole in un momento in cui la credibilità della sigla è fortemente messa alla prova.

Il nucleo del problema risiede nel forte disorientamento interno causato dal netto allontanamento di Totò Cuffaro dalla gestione attiva e visibile della politica. L’assenza dell’ex leader, legata alle sue ben note vicissitudini giudiziarie, ha privato i quadri dirigenti e la base di quel punto di riferimento carismatico che dettava la linea. Senza la sintesi operata dal fondatore, sono emerse con forza le diverse anime della compagine, oggi divise sul posizionamento da assumere nello scacchiere politico siciliano.

Il dibattito sul futuro del partito vede scontrarsi due visioni diametralmente opposte riguardo alle alleanze da stringere per la tornata elettorale che deciderà le sorti dell’Ars. Da un lato, una parte della deputazione e della dirigenza spinge per dare continuità all’asse privilegiato con la Lega, un legame che a livello regionale si traduce nel rapporto con il partito guidato da Nino Germanà, con la regia attenta di Luca Sammartino, e che garantirebbe ai democristiani una sponda nazionale e una collocazione definita all’interno del centrodestra tradizionale, con possibili risvolti anche in ottica di future elezioni politiche. Dall’altro lato, cresce la fronda di chi ritiene che la vicinanza alle posizioni del Carroccio non sia compatibile con la storia del popolarismo e propone invece una svolta regionalista e civica.

A farsi portavoce di questa seconda sensibilità attraverso le pagine di LiveSicilia è Filippo Tripoli, sindaco di Bagheria ed esponente di spicco del partito, il quale ha espresso apertamente la necessità di guardare altrove per preservare l’autenticità dei valori democratici e cristiani. Il primo cittadino bagherese ha avviato un dialogo serrato con Sud chiama Nord, il movimento fondato dal sindaco di Taormina, Cateno De Luca. Secondo questa prospettiva, la Dc dovrebbe abbandonare la strada dell’accordo con la Lega per costruire un’area popolare solida, capace di fare da baricentro e da elemento di equilibrio in un contesto politico sempre più polarizzato verso gli estremismi.

Questa spaccatura sta logorando la stabilità interna della Democrazia Cristiana. Il partito si trova davanti alla necessità di sciogliere un nodo politico cruciale, stretto nella morsa di un bivio identitario e strategico che costringerà i centristi a scegliere se spostare il baricentro delle proprie strategie politiche verso l’alleanza e i dettami della Lega o sposare il progetto autonomista e di rottura di Cateno De Luca e di Sud chiama Nord.

In questo scenario un tertium esiste. Se le due correnti interne non dovessero trovare una sintesi, l’intera struttura potrebbe non reggere alla forza d’urto del dibattito. In questo caso ognuno si costruirebbe la propria strada, muovendosi nello scacchiere politico sulla base delle proprie personali convinzioni e delle opportunità del momento.