SERRADIFALCO, UN SINDACO DA RIMUOVERE

di Redazione

Il guazzabuglio istituzionale e politico emerso nel comune di Serradifalco, nel nisseno, pone interrogativi profondi sulla tenuta del sistema delle autonomie locali e sull’uniformità dei diritti democratici nell’isola. La vicenda che vede come protagonista il sindaco leghista Leonardo Burgio ha superato i confini della cronaca locale per trasformarsi in un vero e proprio scontro all’interno della maggioranza di governo regionale, sollevando un polverone che mette a nudo le fragilità del sistema giuridico.

Per comprendere la complessità di questa intricata matassa è necessario riavvolgere il nastro fino alle origini della parabola amministrativa del primo cittadino. Eletto per la prima volta alla guida del piccolo centro nel 2015, Burgio ha ottenuto la riconferma per un secondo mandato consecutivo nel 2020. Con una popolazione che si attesta poco sopra i 5.000 abitanti, la scadenza naturale del suo secondo mandato ha coinciso con un momento di transizione normativa, aprendo le porte a un conflitto giurisdizionale.

Nel corso del 2024, infatti, lo Stato ha modificato radicalmente le regole del gioco attraverso un decreto poi convertito in legge. Il provvedimento nazionale ha introdotto la possibilità di un terzo mandato consecutivo per i sindaci dei comuni compresi nella fascia demografica tra i 5.000 e i 15.000 abitanti. Una riforma pensata per garantire continuità amministrativa nelle piccole realtà locali, che tuttavia ha trovato un ostacolo insormontabile nell’assetto autonomistico della Regione Siciliana.

L’isola, forte del suo Statuto Speciale, gode di una competenza legislativa esclusiva in materia di ordinamento degli enti locali. La normativa regionale vigente, radicata in una legge del 1992, manteneva fermo lo sbarramento insuperabile dei due mandati consecutivi per tutte le municipalità nella fascia tra 5.000 e 15.000 residenti. Questa evidente asimmetria tra la disciplina statale e quella dell’isola ha generato un cortocircuito interpretativo immediato, offrendo ad alcuni commentatori politici l’argomento ideale per sostenere l’impossibilità di una nuova discesa in campo del sindaco uscente.

Il tentativo di sanare questa frattura per via parlamentare è naufragato nei corridoi di Palazzo dei Normanni. Nonostante i ripetuti sforzi della Lega, supportata inizialmente da ampi settori del centrodestra, l’Assemblea Regionale Siciliana ha respinto l’allineamento alla legge nazionale. Nel corso di quest’anno, infatti, il voto segreto d’aula ha affossato per ben due volte la riforma grazie all’azione decisiva dei franchi tiratori, cristallizzando il divieto e formalizzando il muro contro muro tra le prerogative dell’amministrazione regionale e le innovazioni introdotte da Roma.

Davanti a questo scenario di totale chiusura, mentre tutti gli altri amministratori dell’isola nella medesima condizione demografica sceglievano la via della prudenza rinunciando alla competizione, il primo cittadino di Serradifalco ha deciso di intraprendere un percorso solitario e rischioso. La strategia di Burgio si è basata sulla convinzione che il diritto costituzionale all’elettorato passivo debba essere garantito in modo identico a ogni cittadino della Repubblica, senza che una legge regionale possa restringere le libertà fondamentali.

A dare forza a questa impostazione è intervenuta una pronuncia della Corte costituzionale relativa a un caso analogo in Valle d’Aosta, in cui si ribadiva la necessità di evitare disparità di trattamento ingiustificate sui limiti di mandato. Una posizione, questa, condivisa pienamente anche da Anci Sicilia: l’associazione dei comuni dell’isola si era infatti mossa per tempo, auspicando un immediato adeguamento della legislazione regionale alle riforme approvate a livello nazionale proprio per tutelare l’uniformità dei diritti dei cittadini.

Mosso da tali premesse, il sindaco uscente di Serradifalco ha forzato la mano depositando formalmente la propria candidatura e la relativa lista. Con molta probabilità, lo stesso protagonista non riteneva affatto scontata l’accettazione della documentazione da parte degli organi di controllo ed era psicologicamente pronto a ingaggiare una battaglia di principio nelle aule dei tribunali amministrativi. In questo calcolo politico e legale, il sindaco uscente si muoveva forte di una certezza strategica non indifferente: la consapevolezza che nessun altro concorrente avrebbe presentato una candidatura alternativa alla sua alla guida di Serradifalco. Questa solitudine agonistica sul campo elettorale gli ha permesso di concentrare ogni risorsa sulla tenuta della sua tesi giuridica.

Il piano prevedeva probabilmente un ricorso immediato al TAR qualora la commissione elettorale circondariale avesse ricusato la sua iscrizione, e magari un successivo ricorso al CGA e un’eventuale tentativo di adire la Corte costituzionale, la cui valutazione, in virtù della sentenza relativa alla Valle d’Aosta, appariva già scontata.

Tuttavia, l’organo di controllo elettorale, stretto tra il rigore della vecchia norma siciliana e i superiori principi costituzionali di uguaglianza, ha preferito non assumersi la responsabilità di un’esclusione che avrebbe quasi certamente subito una smentita giudiziaria, concedendo un via libera implicito che ha permesso lo svolgimento delle elezioni e la successiva vittoria dell’unico candidato in corsa.

Il successo elettorale non ha però spento i riflettori sulla vicenda, che è esplosa nuovamente in tutta la sua virulenza politica anche a seguito di un intervento formale della prefettura di Caltanissetta. La prefetta, Licia Messina, ha infatti inviato una nota ufficiale al Comune e ai vertici della Regione, sollecitando una verifica accurata sulla sussistenza di elementi che potessero inficiare la regolarità della proclamazione. Questo documento ha offerto il pretesto perfetto per l’apertura delle ostilità interne alla coalizione di governo.

Durante il vertice di maggioranza del 18 giugno scorso nato per analizzare l’andamento delle ultime consultazioni amministrative, Fabio Mancuso, delegato del Movimento per l’Autonomia, ha brandito la nota prefettizia per sferrare un duro attacco all’alleato leghista, chiedendo interventi drastici e immediati al presidente della Regione.

La tensione si è rapidamente estesa ad altre forze politiche, trovando una sponda importante in Fratelli d’Italia, i cui esponenti hanno espresso forte irritazione verso atteggiamenti giudicati eccessivamente spregiudicati. Il dibattito è tracimato, e Nicola D’Agostino, esponente di spicco di Forza Italia, ha apertamente contestato la legittimità della candidatura di Serradifalco, domandandosi dove fosse l’azione dello Stato e suggerendo le dimissioni come unico gesto opportuno per sanare l’anomalia.

Un passo indietro, quello delle dimissioni, che esporrebbe il sindaco di Serradifalco al pesante giudizio dei suoi stessi concittadini, i quali potrebbero percepire una simile resa come una beffa dopo averlo sostenuto nelle urne, e soprattutto renderebbe inutile il senso della sua candidatura che non era prima di tutto quello di diventare sindaco, ma di rivendicare il diritto per lui e per tutti i sindaci dei comuni siciliani dai 5.000 ai 15.000 abitanti di potersi candidare per il terzo mandato come tutti i loro colleghi dei resto d’Italia.

La vicenda non merita nessun dibattito politico e francamente non riusciamo a comprendere come si possa continuare a discutere e a polemizzare tra forze politiche su una questione di natura esclusivamente giuridica.

Il governo regionale faccia il suo dovere, come gli chiede la prefetta di Caltanissetta, segua la logica insita nella candidatura di Leonardo Burgio e ne contesti la legittimità sulla base della legge regionale rimuovendolo dal ruolo di sindaco. Non si tratterebbe di una scelta politica, ma puramente amministrativa.

Da questo punto in poi tutto andrà finalmente per il proprio verso. Burgio farà ricorso e a decidere sarà, come è giusto, un tribunale amministrativo o, se vi sono i presupposti, la Corte Costituzionale.

La politica ha già numerosi problemi, non merita di caricarsene altri senza ragione.