Lo scorso 9 luglio il Parlamento europeo si è espresso con voto favorevole per l’estensione del regime che consente ai fornitori di servizi di svolgere, su base volontaria, controlli sulle comunicazioni elettroniche per individuare abusi online sui minori, ma prova a mettere qualche paletto.
Il voto arriva in seconda lettura, dopo che il Parlamento aveva respinto la proposta della Commissione. Adesso, il testo deve essere esaminato dal Consiglio, che avrà tre mesi di tempo per approvarlo o respingere gli emendamenti. In quest’ultimo caso, si entrerà nella cosiddetta fase di “conciliazione”, allo scopo di trovare un punto d’incontro fra la posizione del Parlamento e quella del Consiglio.
L’annuncio della calendarizzazione di questo voto era già stato accolto da grandi polemiche da parte dell’opinione pubblica e di alcuni giornali, che accusavano la presidente del Parlamento europeo Roberta Metzola di aver sfruttato una procedura legislativa poco utilizzata e il numero basso di presenze in Parlamento tipico delle sessioni estive per ottenere un voto favorevole su un provvedimento molto problematico. A maggior ragione, le polemiche si sono moltiplicate quando il voto favorevole è arrivato davvero.
Per rimettere le cose in prospettiva e provare a capire cosa sta realmente accadendo, vale però la pena fare qualche passo indietro.
Da anni, la Commissione europea si batte per l’approvazione di un regolamento volto a disciplinare in modo organico e puntuale le attività di contrasto al fenomeno degli abusi online sui minori. In buona sostanza, il regolamento farebbe gravare sui fornitori di servizi l’obbligo di controllare le comunicazioni elettroniche, per individuare eventuali fenomeni di abuso su minori.
La proposta ha però generato molte divisioni, e non si è mai giunti all’approvazione di un testo definitivo, per le paure legate al rischio che uno strumento del genere possa tradursi in una forma di controllo di massa sulle comunicazioni, con buona pace della riservatezza, e che venga sfruttato per fini molto meno nobili di quelli per cui è stato pensato.
La discussione su questo regolamento si era fatta particolarmente accesa alla fine dello scorso anno, quando era diventato noto sui giornali con il nome “Chat Control” e si pensava ci fossero i presupposti per arrivare all’approvazione del testo. Complice, forse, anche il forte interesse dell’opinione pubblica, non si è però raggiunta la maggioranza necessaria.
Già prima che arrivasse la proposta della Commissione sul cosiddetto “Chat Control”, nel 2021 era però stato introdotto un regime transitorio che consentiva ad alcuni fornitori dei cosiddetti servizi di telecomunicazione indipendenti dal numero (ad esempio, messaggistica online o telefonia via internet) di fare controlli sulle comunicazioni su base volontaria, proprio a fini di contrasto agli abusi online su minori. Di fatto, il regime introduceva una deroga temporanea a una delle disposizioni della direttiva ePrivacy, che disciplina le comunicazioni elettroniche e le protegge da interferenze da parte di soggetti terzi.
Nel corso del tempo, questo regime transitorio è stato periodicamente prorogato, almeno fino al 3 aprile di quest’anno quando, in assenza di un numero di voti sufficiente ad approvare la proroga, il regime è scaduto. La conseguenza è che, dal 3 aprile scorso, non può essere fatto nessun tipo di controllo, neanche volontario, per contrasto agli abusi online.
Il voto di giovedì è stato quindi voluto dalla presidente del Parlamento europeo Roberta Metzola per cercare di arrivare, almeno in seconda lettura, a un accordo che garantisse la proroga di questo regime transitorio, mentre continuano i negoziati per l’approvazione di un quadro normativo più ampio e definitivo. Come anticipavamo, il voto è arrivato, anche se il Parlamento ha approvato degli emendamenti per limitare la portata dei controlli che potranno essere effettuati, perché ne sarebbero escluse le conversazioni per le quali “è, è stata o sarà attivata la crittografia end-to-end”, ossia una particolare misura di sicurezza adottata proprio per proteggere le conversazioni da interferenze esterne (si applica, ad esempio, alle conversazioni su WhatsApp).
Se il testo così modificato dal Parlamento sarà approvato senza modifiche dal Consiglio non soltanto, quindi, verrà ripristinato un regime che esisteva già in precedenza e con il quale abbiamo convissuto nella quasi totale indifferenza dell’opinione pubblica per cinque anni, ma sarà addirittura più tutelante che in passato. Per onestà, va detto anche che l’esclusione delle conversazioni coperte da crittografia end-to-end è stata oggetto di dibattito anche durante le discussioni relative al cosiddetto “Chat Control” perché, a parere di alcuni, sarebbe difficile da realizzare a livello tecnico. Esiste il rischio, quindi, che la proposta del Parlamento rimanga lettera morta.
Si tratta, come evidente, di un tema complesso e molto delicato, in cui a scontrarsi ci sono libertà e sicurezza, e trovare un punto di equilibrio che non comprima esageratamente la prima e, al tempo stesso, non vada a scapito della seconda, è estremamente difficile. E lo diventa ancora di più quando, come accaduto nei mesi scorsi, il discorso si fa politico e ideologico ancor prima che di buon senso, dividendo chi sostiene tesi securitarie, da chi promuove la libertà a tutti i costi.