Trentasei anni di attesa, depistaggi e archiviazioni. A Catania si apre finalmente una pagina di giustizia attesa da decenni: il processo per il duplice omicidio di Alessandro Rovetta e Francesco Vecchio, rispettivamente amministratore delegato e direttore del personale delle Acciaierie Megara, assassinati all’uscita dal lavoro il 31 ottobre 1990.
Il caso, a lungo rimasto in un vicolo cieco, ha trovato una svolta grazie alla determinazione incrollabile dei familiari delle vittime, che si sono opposti ripetutamente alle richieste di archiviazione, e al lavoro della Procura Generale etnea che ha infine avocato il fascicolo. Oggi, alla sbarra con l’accusa di essere il mandante dell’agguato, siede il boss della mafia catanese Aldo Ercolano, già all’ergastolo per l’omicidio del giornalista Pippo Fava.
La ricostruzione degli inquirenti svela uno scenario drammatico: Rovetta (33 anni, originario di Brescia) e Vecchio (52 anni) pagarono con la vita la decisione di tenere la schiena dritta. Si opposero fermamente alle pesanti richieste estorsive e ai tentativi di infiltrazione della famiglia Santapaola-Ercolano all’interno dello strategico polo siderurgico catanese.
L’omicidio di Rovetta e Vecchio non fu solo una vendetta, ma un preciso segnale di sottomissione inviato al mondo imprenditoriale. Subito dopo il delitto, i nuovi soci bresciani che rilevarono le acciaierie furono costretti a pagare a Cosa Nostra un “pizzo” miliardario per anni.
L’apertura del dibattimento rappresenta un momento storico per la città di Catania. Non si tratta solo di accertare le responsabilità penali individuali dei killer e dei mandanti, ma di restituire dignità storica e civile a due servitori del lavoro che scelsero la legalità al compromesso, in una stagione in cui dire di no alla mafia significava quasi sempre firmare la propria condanna a morte.