FURTO AL MUME: FALLA SICUREZZA E IL NODO PRECARI

di Redazione

Mentre la città celebrava in strada la tradizionale processione della Vara nella sera di Ferragosto, a pochi chilometri di distanza, nelle sale del Museo Regionale Interdisciplinare di Messina (MuMe), andava in scena uno dei colpi più gravi e clamorosi della storia recente del patrimonio artistico italiano. La sottrazione delle preziose tavole di Antonello da Messina rappresenta una ferita profonda per la comunità scientifica e culturale, ma apre al contempo uno squarcio inquietante su una realtà ormai non più rinviabile: lo stato della vigilanza nei siti museali dell’isola e la gestione del personale impiegato nella tutela dei beni regionali.

I contorni dell’accaduto delineano uno scenario al limite dell’assurdo. A fronte di un sistema di allarme e di un impianto di videosorveglianza che hanno regolarmente registrato l’intrusione della banda, l’elemento umano ha evidenziato una tragica cialtroneria. Secondo la prima ricostruzione degli inquirenti e le testimonianze raccolte sul posto, al momento dell’irruzione e mentre i sensori scattavano, nessuno dei quattro custodi in servizio si trovava davanti ai monitor di controllo o si è reso tempestivamente conto di quanto stesse accadendo. La surreale conferma è arrivata persino dalle forze dell’ordine giunte sul posto dopo la segnalazione di una coppia di passanti: per circa venti minuti i numeri telefonici del museo sono rimasti completamente muti, con i dipendenti usciti all’esterno sbalorditi e del tutto ignari di ciò che si era appena consumato all’interno delle sale.

Questa incredibile falla nella sicurezza accende i riflettori su un nodo strutturale che affligge da decenni la pubblica amministrazione siciliana e in particolare l’Assessorato ai Beni Culturali: la natura e la formazione del personale di vigilanza. Nei musei e nei parchi archeologici della Regione, la maggior parte degli addetti alla custodia proviene da percorsi di stabilizzazione di precari — ex lavoratori ASU o personale attinto da bacini ausiliari — reinseriti o ricollocati nella macchina regionale senza un piano strutturato di specializzazione e addestramento idoneo. L’impiego di risorse umane spesso prive delle competenze tecniche necessarie per gestire apparati di sicurezza complessi e sale ad alto rischio espone opere di inestimabile valore universale a vulnerabilità inaccettabili.

Sulla vicenda la posizione della Regione Siciliana è apparsa da subito priva di sconti. L’assessore regionale ai Beni Culturali e all’Identità Siciliana, Francesco Paolo Scarpinato, che ha ipotizzato anche la necessità in alcuni casi di una vigilanza armata per le opere d’arte e i musei siciliani, a seguito di un sopralluogo effettuato direttamente presso la struttura messinese, ha mantenuto una linea fermissima, disponendo accertamenti immediati e preannunciando provvedimenti disciplinari esemplari. La sanzione estrema sul tavolo per i custodi coinvolti prevede anche l’ipotesi del licenziamento, in attesa che l’ispezione interna e le indagini della Procura di Messina chiariscano fino in fondo ogni eventuale responsabilità personale.

La priorità resta il recupero dei capolavori trafugati, ma la vicenda di Messina rischia di diventare la cartina di tornasole di un sistema di gestione del patrimonio culturale che richiede con urgenza una rifondazione professionale. Se le opere d’arte sono il fiore all’occhiello di un territorio, la loro difesa non può più essere affidata a una vigilanza per certi versi improvvisata e priva di una preparazione adeguata. Il pericolo più grande, in questo scenario di evidente vulnerabilità strutturale, è che simili falle finiscano per mettere a rischio la stessa autonomia speciale della Sicilia nella gestione dei propri beni culturali, prestando il fianco a chi da tempo invoca un ridimensionamento delle competenze regionali in favore di un accentramento statale.