C’è un’anomalia tutta siciliana che continua a sfidare le classiche categorie della politica romana: un ecosistema in cui i partiti nazionali devono fare i conti con un blocco indigeno che, secondo stime ampiamente condivise, alle prossime elezioni regionali arriverà a raccogliere, schierato nei diversi fronti, circa un terzo dei voti totali nell’isola.
Due di queste forze sono ormai integrate nell’alleanza di governo regionalista. L’Mpa-Grande Sicilia di Raffaele Lombardo e la rinata Democrazia Cristiana, già guidata da Totò Cuffaro e che si appresta ad un accordo elettorale con la Lega, garantiscono all’esecutivo guidato dal presidente Renato Schifani quel polmone di voti moderati ed egemonici senza cui qualsiasi maggioranza nell’isola rischierebbe di sciogliersi.
Sull’altro fronte si muove Controcorrente, la formazione nata di recente su iniziativa dell’ex inviato de Le Iene Ismaele La Vardera. Forza apertamente populista e demagogica, Controcorrente si posiziona sulla sponda sinistra dell’Assemblea. Pur muovendosi nell’alveo del campo largo, la sua strategia sembra miri a rosicchiare il consenso elettorale degli alleati di coalizione con toni arrembanti e presenza social.
Posizione ancora diversa per Sud chiama Nord. Alle ultime consultazioni per Palazzo d’Orléans, il movimento fondato da Cateno De Luca riuscì a compiere un’impresa clamorosa: il suo leader arrivò secondo dietro Schifani, staccando la candidata della sinistra Caterina Chinnici. Un’entità trasversale, diffidente verso i blocchi tradizionali, con un orientamento che non lo colloca necessariamente da una parte o dall’altra dello scacchiere politico siciliano.
Proprio per questa sua natura camaleontica, molti commentatori politici indicano oggi il movimento di De Luca come il vero ago della bilancia delle prossime elezioni regionali, l’unica forza capace di spostare gli equilibri e far vincere l’uno o l’altro schieramento qualora non dovesse presentarsi da solo ai nastri di partenza.
Questo proliferare di partiti non è soltanto il frutto delle suggestioni intercettate nell’elettorato. Alla base del fenomeno c’è in parte anche la natura ondivaga della classe politica locale: un trasformismo che vede troppi deputati abbandonare un progetto per sposarne un altro, salvo poi pentirsene, tornare sui propri passi o cercare nuovi ricollocamenti dettati dall’opportunità del momento piuttosto che da effettive convinzioni.
Dinamiche puramente regionali di cui, tuttavia, il panorama politico nazionale deve tenere conto: le forze politiche nazionali sono infatti costantemente alla ricerca di accordi e contatti sottobanco, pronte comunque se serve a negare pubblicamente qualsiasi tipo di approccio o trattativa.