Si è aperto con una prima udienza lampo, nell’aula della terza sezione penale del Tribunale di Palermo, il processo a carico di Elvira Amata, l’assessora regionale al Turismo finita al centro di un’intricata vicenda giudiziaria. Un avvio formale durato pochissimi minuti, utile unicamente al deposito delle liste dei testimoni e alla fissazione delle prossime date nel calendario dibattimentale. Tra i nomi indicati come testimoni dalla difesa dell’esponente politico anche quello del presidente della Regione Siciliana Renato Schifani.
Il procedimento scaturisce da un’indagine della Procura di Palermo. Al centro della ricostruzione degli inquirenti vi è l’erogazione di un contributo pubblico pari a trentamila euro destinato a sostenere la XXIII edizione del Seminario Internazionale “Donna, Economia e Potere”, promosso dalla Fondazione Marisa Bellisario, che si è tenuta a Palermo il 6 e 7 ottobre 2023 presso il Convitto Nazionale “Giovanni Falcone”.
In base all’impianto accusatorio, per ottenere questo finanziamento regionale l’imprenditrice Marcella Cannariato, allora rappresentante della Fondazione in Sicilia, si sarebbe adoperata per garantire benefici personali all’esponente della giunta. Nello specifico, si parla dell’assunzione per pochi mesi del nipote dell’assessora all’interno di un’azienda riconducibile alla sfera familiare dell’imprenditrice, unita all’ospitalità del giovane in una struttura ricettiva del capoluogo siciliano.
Mentre per l’esponente di governo si apre ora il percorso del dibattimento ordinario, la posizione della coimputata è già stata definita nei mesi scorsi attraverso la scelta del rito abbreviato. Lo scorso luglio, infatti, il giudice per le indagini preliminari Walter Turturici ha pronunciato una sentenza di condanna a due anni e sei mesi di reclusione nei confronti dell’imprenditrice.
Sul fondo di questa complessa vicenda va valutato lo spessore dell’istituzione coinvolta nelle carte dell’inchiesta. La Fondazione Marisa Bellisario rappresenta da decenni uno dei punti di riferimento più autorevoli e prestigiosi nel panorama nazionale per la promozione della leadership femminile, la tutela del merito e la valorizzazione del ruolo delle donne nell’economia, nella finanza e nelle istituzioni. Nata per custodire l’eredità morale e professionale della prima donna alla guida di una grande azienda pubblica italiana, l’organizzazione promuove iniziative di altissimo profilo scientifico e culturale che richiamano ogni anno manager, docenti, ministre e figure di primo piano del mondo produttivo.
Proprio per questa ragione, l’evento annuale dedicato al rapporto tra genere, mercati e potere costituisce un appuntamento al quale è difficilissimo dire di no per qualsiasi amministrazione territoriale o istituzione centrale. Patrocini, sostegni economici e collaborazioni arrivano regolarmente da una pluralità di enti pubblici, ministeri, regioni e grandi gruppi industriali privati, tutti desiderosi di associare il proprio nome a un marchio di indiscutibile prestigio e utilità sociale. L’assegnazione di risorse per momenti di approfondimento di questo livello rientra appieno nella prassi istituzionale di promozione del territorio e di sostegno all’imprenditoria femminile. Solo per avere le dimensioni del rapporto ordinario tra le istituzioni e la Fondazione, il Premio Marisa Bellisario riceve contributi nazionali da governi di ogni colore e viene trasmesso tutti gli anni su Rai1.
Sostenere che la rappresentante regionale di una Fondazione di quel livello e di quell’autorevolezza avesse bisogno di costruire un rapporto personale con l’assessore per farsi approvare un contributo di appena trentamila euro che qualsiasi amministrazione di qualsiasi colore politico avrebbe concesso è francamente paradossale e poco credibile.
L’assessora Amata ha probabilmente commesso un’ingenuità e la Cannariato ha probabilmente ritenuto opportuno venirle incontro. Ma non ci si dica che un contributo che nessuno avrebbe mai messo in discussione sia stato chiesto ed elargito in cambio di qualcosa, perché questo francamente ci fa sorridere. E sorridere di fronte a una condanna di due anni e sei mesi e a un processo ancora aperto e ampiamente strumentalizzato ci sembra francamente non opportuno.
Saranno ora i giudici del collegio palermitano a dover stabilire la verità processuale e a dover valutare se per loro vi sia stato un accordo illecito o se si sia trattato semplicemente di un normale e doveroso sostegno a una manifestazione di elevato pregio culturale promossa da un ente di rilevanza primaria.
L’appuntamento in aula per l’inizio effettivo dell’istruttoria dibattimentale è fissato per il prossimo dodici ottobre.