Nel campo largo siciliano l’atmosfera è sempre più cupa e lo stallo sembra ormai diventato una condizione permanente. Mentre la corsa per la conquista di Palazzo d’Orleans si avvicina a grandi passi, l’alleanza tra le forze progressiste non procede, impantanata in una rete di sospetti reciproci, tatticismi esasperati e perenni divergenze procedurali che ne bloccano sul nascere ogni reale velleità unitaria.
A guidare questa difficile fase per i democratici è il segretario regionale Anthony Barbagallo, impegnato nel complesso tentativo di trovare una sintesi. L’obiettivo primario è arrivare nel giro di un paio di settimane a una candidatura solida espressa dal partito e ampiamente condivisa nella coalizione, superando anche le storiche resistenze dell’ala parlamentare interna che da sempre gli si oppone.
La strategia dem mira in alternativa a lanciare le primarie di coalizione per misurare il consenso della leadership sul campo e ricomporre la frammentazione. Tra i nomi che circolano con maggiore insistenza per rappresentare i dem in entrambe le opzioni c’è l’ex ministro Peppe Provenzano, caldeggiato come opzione di profilo nazionale, e Antonello Cracolici, presidente della Commissione Antimafia che ha già da tempo confermato la propria disponibilità.
L’idea di affidare alle urne dei gazebo la scelta del candidato unico si scontra però frontalmente con il muro eretto dal Movimento 5 Stelle. I pentastellati respingono fermamente lo strumento delle primarie, giudicato divisivo e inefficace, prediligendo una mediazione politica da condurre ai tavoli della coalizione. Per sbloccare la situazione, il coordinatore Nuccio Di Paola, già da tempo ai blocchi di partenza, ha lanciato una controproposta: affidare l’esito della partita a un sondaggio scientifico e credibile. Secondo la linea pentastellata, bisognerebbe inserire nella rilevazione demoscopica tutte le personalità emerse finora per poi far sedere i leader attorno a un tavolo e decidere sulla base dei dati chi possieda il potenziale elettorale maggiormente competitivo.
L’equazione si complica per via della posizione di Ismaele La Vardera, che ha provato a strappare in avanti accreditandosi come figura civica di rottura e cercando la sponda del leader cinque stelle Giuseppe Conte. Ma le ambizioni del leader di Controcorrente appaiono oggi fortemente ridimensionate dal pesante scontro politico esploso ad Agrigento, dove si trova in un’inconciliabile contrapposizione con il sodale e sindaco della città, Michele Sodano. Il contenzioso scaturito attorno al caso del vicesindaco Giovanni Crosta ha trasformato quello che veniva presentato come il modello virtuoso per una nuova alleanza in un boomerang politico.
Il quadro che ne deriva per il centrosinistra è profondamente sconfortante. Più che un’alleanza proiettata alla vittoria, la coalizione appare ingolfata in una logorante guerra di posizionamento, dove ogni forza politica si arrocca a difesa della propria trincea per bloccare gli alleati piuttosto che per costruire un’alternativa di governo. Divisi sui metodi di selezione, frammentati nelle ambizioni personali e paralizzati dai veti e dalle beghe, i partiti dell’opposizione offrono l’immagine di un blocco incapace di esprimere una leadership o un progetto politico.
A rendere lo scenario ancora più desolante è, infatti, la totale assenza di contenuti: a un anno esatto dall’appuntamento con le urne, il dibattito resta drammaticamente schiacciato sui nomi da schierare, senza che nessuno abbia ancora speso una sola parola sul programma di governo o sulle risposte concrete da dare ai cittadini per il futuro dell’isola.
Con ogni probabilità, lo sbocco di questa estenuante partita tattica sarà il ricorso a primarie che nessuno vuole, celebrate obtorto collo e con il rischio che si ripeta il disastroso copione già visto nel 2022, quando le primarie vinte da Caterina Chinnici vennero travolte e rese inutili un mese dopo il suo svolgimento da Giuseppe Conte che ruppe l’alleanza sull’isola, facendo macerare la sinistra nei suoi soliti veleni.