L’omicidio Taormina approda ufficialmente nelle aule di giustizia con la decisione che segna la fine dell’udienza preliminare e l’apertura della fase dibattimentale. Il giudice per le indagini preliminari, Marta Maria Bossi, ha disposto il rinvio a giudizio per Gaetano Maranzano, il ventottenne residente nel quartiere dello Zen accusato di essere il responsabile della morte di Paolo Taormina, il giovane di ventuno anni ucciso la notte tra l’11 e il 12 ottobre scorso nel cuore del centro storico. Le udienze prenderanno il via il prossimo 10 novembre dinanzi ai giudici della prima sezione della Corte d’Assise.
Il delitto si è consumato in via Spinuzza, nei pressi del pub gestito dalla famiglia del ragazzo ucciso. Secondo la ricostruzione degli investigatori, basata su un’attenta analisi dei filmati registrati dagli impianti di videosorveglianza della zona, intorno alle tre meno dieci della notte era scoppiata un’accesa rissa all’esterno del locale. Nel tentativo di riportare la calma ed evitare che la situazione degenerasse, la giovane vittima era uscita in strada. Proprio durante quelle fasi estremamente concitate, le immagini digitali hanno ripreso l’imputato mentre si avvicinava al ragazzo impugnando una pistola e puntandola verso la sua nuca.
Gli accertamenti medico-legali eseguiti a seguito dell’autopsia hanno confermato che il decesso è avvenuto all’istante, causato da un unico colpo esploso da distanza ravvicinata che non ha lasciato alcuna possibilità di scampo. Nelle ore immediatamente successive all’aggressione, i militari dell’arma sono riusciti a rintracciare e arrestare il presunto responsabile all’interno dell’abitazione della sua compagna, situata nel rione Cruillas. A guidare le forze dell’ordine sono state le testimonianze raccolte sul posto, tra cui quella decisiva della sorella della vittima. La ragazza ha descritto gli istanti successivi allo sparo, riferendo che l’aggressore avrebbe scagliato una bottiglia contro la fidanzata del fratello prima di rivolgere l’arma da fuoco verso di lei per poi darsi alla fuga.
Nel corso delle prime fasi investigative l’uomo ha confessato il delitto, addebitando la scelta di agire a un presunto risentimento personale legato a fantomatici contatti e apprezzamenti che la vittima avrebbe rivolto alla sua compagna tramite le piattaforme social. Durante l’ultima udienza, tuttavia, l’imputato ha preferito avvalersi della facoltà di non rispondere, rimanendo in silenzio. La magistratura ha contestato il reato di omicidio volontario con l’aggravante dei futili motivi, formulazione che prefigura la pena dell’ergastolo e che ha impedito alla difesa di accedere al rito abbreviato. Contestualmente, la famiglia del giovane si è costituita parte civile.