Il verdetto del processo Nebrodi 2, emesso nella serata di ieri, segna la fine di una complessa vicenda giudiziaria e riafferma la presenza delle istituzioni in un territorio a lungo segnato dallo strapotere della criminalità organizzata. Dopo una camera di consiglio protrattasi per ben sette ore, la corte presieduta dal giudice Monica Marino ha inflitto quarantacinque condanne per una pena totale che supera i tre secoli di reclusione.
L’inchiesta condotta dalla Direzione distrettuale antimafia messinese ha smantellato un fitto e collaudato sistema illecito finalizzato all’accaparramento indebito delle risorse economiche dell’Unione Europea riservate al comparto agricolo. Le contestazioni a carico degli imputati spaziavano, a vario titolo, dall’associazione a delinquere di stampo mafioso alla truffa aggravata per l’ottenimento di erogazioni pubbliche, fino alle estorsioni e allo spaccio di sostanze stupefacenti.
Il meccanismo svelato durante il dibattimento ha messo in luce una strategia fondata sulla falsificazione dei documenti di possesso delle terre. I gruppi criminali riuscivano a intascare ingenti contributi comunitari dichiarando la titolarità, del tutto fittizia o comunque acquisita in modo illegittimo, di ampie estensioni agricole. Tale condotta non si limitava a sottrarre immense somme di denaro pubblico, ma finiva per condizionare pesantemente l’economia locale, soffocando le aziende sane. Gli allevatori e gli agricoltori del posto venivano infatti costretti alla resa o al silenzio attraverso minacce, intimidazioni e ritorsioni cruente qualora tentassero di opporsi al controllo del territorio.
La sentenza emessa a Patti si inserisce sul solco tracciato dalla prima grande operazione del gennaio 2020, anch’essa denominata “Nebrodi”, che aveva portato a un pronunciamento definitivo in Cassazione con cinquanta condanne. A distanza di quattro anni da quel primo intervento, le forze dell’ordine e la magistratura avevano fatto scattare un nuovo blitz nei primi mesi del 2024, andando a colpire emanazioni e collegamenti della medesima rete criminale.
Tra le posizioni più severe individuate dai giudici figurano le pene inflitte ai vertici delle famiglie coinvolte. Sebastiano Bontempo Scavo, conosciuto come “piricocu”, ha ricevuto una condanna a 23 anni di reclusione. 22 anni di carcere sono stati disposti per Vincenzo Galati, mentre una pena di 20 anni a testa è stata comminata nei confronti di Carmelo Bontempo Scavo, Giuseppe Bontempo e dell’altro Sebastiano Bontempo Scavo,.
Oltre alle responsabilità personali, la pronuncia del collegio giudicante ha colpito in modo incisivo il braccio economico dell’organizzazione. Per le aziende e le cooperative agricole coinvolte nelle condotte illecite sono state stabilite pesanti sanzioni finanziarie e misure interdittive. La sanzione più consistente, pari a 240 mila euro, è stata erogata alla cooperativa Rinascita di Tortorici. La Società agricola Tirrenia di Caltagirone e la Sorgente Ramo dovranno pagare 150 mila euro ciascuna, mentre per la società Le Colline di Tortorici la somma ammonta a 180 mila euro.
Sono state inoltre comminate sanzioni da 120 mila euro per la Campi Verdi di Tortorici, 90 mila euro per l’agricola Agribovini e 75 mila euro per la Agrinova di Caltagirone. A completare la risposta patrimoniale dello Stato, i giudici hanno disposto la confisca formale di undici aziende direttamente riconducibili agli imputati.
Il verdetto ha registrato anche alcune pronunce di proscioglimento, la maggior parte delle quali era stata indicata dalla stessa pubblica accusa all’esito dell’istruttoria.