MORTE MARGARET SPADA: RINVIATI A GIUDIZIO I MEDICI

di Redazione

Il drammatico caso di Margaret Spada approda ufficialmente nelle aule di giustizia con il rinvio a giudizio dei due chirurghi romani coinvolti nella sua tragica scomparsa. La giovane ventiduenne, originaria di Lentini, ha trovato la morte a novembre del 2024 nel corso di un’operazione di rinoplastica nella capitale. Il giudice per l’udienza preliminare del tribunale capitolino ha stabilito che Marco Procopio e il figlio Marco Antonio dovranno difendersi dall’accusa di omicidio colposo davanti ai giudici della nona sezione collegiale, fissando la prima data del dibattimento per il prossimo nove marzo.

Il provvedimento del magistrato accoglie integralmente l’impostazione accusatoria sviluppata dal pubblico ministero Eleonora Fini, ricostruendo una catena di omissioni, ritardi e irregolarità che avrebbero trasformato un semplice ritocco estetico in una tragedia. La ragazza aveva preso accordi con i due professionisti nei mesi precedenti l’intervento, pattuendo una somma di 2.800 euro per un’operazione della durata stimata in una ventina di minuti. Il desiderio di un piccolo cambiamento si è tuttavia infranto durante l’intervento, quando la paziente è stata colta da un improvviso arresto cardiaco.

Le indagini condotte dagli inquirenti hanno fatto emergere uno scenario contornato da gravi carenze strutturali e gestionali. Lo studio medico situato nel quartiere Eur, teatro dei fatti, risultava del tutto privo delle autorizzazioni sanitarie prescritte per lo svolgimento di procedure chirurgiche. Non solo: le verifiche amministrative hanno evidenziato come uno dei titolari non possedesse la specializzazione necessaria per effettuare interventi di natura estetica o plastica non ricostruttiva. Al momento dell’ispezione della polizia giudiziaria, nei locali non è stato rinvenuto alcun tipo di documentazione clinica, scheda paziente o registro delle attività svolte.

Oltre all’inidoneità della struttura, gli accertamenti tecnici della Procura si sono concentrati sui soccorsi prestati a margine dell’emergenza. I due indagati avrebbero fatto trascorrere circa un quarto d’ora prima di allertare il servizio sanitario d’urgenza. Inoltre, il defibrillatore presente all’interno del centro si è rivelato inutilizzabile a causa di un malfunzionamento. Secondo le perizie dei consulenti della pubblica accusa, un pronto impiego dell’apparecchio salvavita avrebbe garantito alla giovane una probabilità di sopravvivenza vicina alla totalità.

All’udienza, il giudice ha disposto l’ammissione in qualità di parte civile per la madre, il padre e il fidanzato della ragazza, presente a Roma nel giorno della tragedia. I familiari chiedono che la fase dibattimentale possa finalmente chiarire se la morte potesse essere evitata.