4 ANNI AL PROFESSORE CHE MOLESTAVA LE STUDENTESSE

di Redazione

Molestava le studentesse durante lo svolgimento delle attività didattiche e tirocinanti, sfruttando il proprio ruolo accademico e istituzionale all’interno del presidio ospedaliero. Con questa ricostruzione, la terza sezione penale della Corte d’Appello di Catania ha ribaltato la sentenza di primo grado, condannando a quattro anni di reclusione Santo Torrisi, ex coordinatore del corso di laurea in Tecniche di fisiopatologia cardiocircolatoria presso la facoltà di Medicina e Chirurgia dell’ateneo etneo.

Il collegio giudicante, presieduto da Tiziana Carruba, si è pronunciato al termine di una camera di consiglio durata circa cinque ore, accogliendo l’impostazione accusatoria sostenuta nel giudizio di secondo grado dal procuratore aggiunto Sebastiano Ardita e dal sostituto procuratore generale Andrea Ursino.

Il verdetto di appello ha visto la concessione delle attenuanti generiche con prevalenza sulle aggravanti contestate, rideterminando la pena rispetto alla richiesta originaria di sei anni formulata dagli organi inquirenti. I giudici hanno inoltre dichiarato la prescrizione per alcune delle singole condotte contestate relative al periodo compreso tra il 2010 e il 2014, mentre un ulteriore episodio è stato riqualificato nella fattispecie di tentata violenza.

A carico dell’imputato sono state stabilite anche sanzioni accessorie: l’interdizione dai pubblici uffici per la durata di cinque anni e l’interdizione perpetua da ogni incarico connesso alla tutela e all’amministrazione di sostegno. In sede civile, la Corte ha disposto il risarcimento dei danni a favore delle parti civili costituite, individuando una provvisionale immediatamente esecutiva di diecimila euro ciascuno per tre ex allieve e per l’Azienda Ospedaliero-Universitaria Policlinico di Catania, oltre al pagamento integralmente a carico dell’imputato delle spese processuali.

La decisione di secondo grado cancella il proscioglimento emesso in prima istanza dal Tribunale di Catania, che aveva sollevato un vasto dibattito e severe critiche nell’opinione pubblica. La pronuncia di primo grado aveva infatti motivato l’assoluzione sostenendo che l’accusato “aveva palpeggiato i seni, ma senza pressione”, non ravvisando quindi gli estremi della violenza sessuale.

Nel corso della propria requisitoria, la Procura generale aveva sottolineato la delicatezza dell’orientamento giurisprudenziale delineato dal primo giudice, evidenziando come una simile interpretazione corresse “il rischio di creare un fortissimo ostacolo nei processi di violenza sessuale, soprattutto quando questi abusi sono commessi da chi svolge una funzione pubblica come in questo caso”.

La difesa dell’imputato, nell’arringa conclusiva, aveva sollecitato la conferma della decisione di primo grado, valorizzando la correttezza del percorso logico seguito dal primo collegio. I legali della difesa hanno già preannunciato l’intenzione di promuovere ricorso dinanzi alla Corte di Cassazione dopo aver preso visione delle motivazioni, il cui deposito è previsto entro il termine di novanta giorni.