CAMPO LARGO IN SICILIA: SOLO FUFFA E VETI

di Umberto Riccobello

Il Campo Largo siciliano offre uno spettacolo desolante, impantanato in un rituale politico stanco e privo di qualsiasi microscopico slancio. L’incontro andato in scena al centro Pio La Torre di Palermo doveva rappresentare nelle convinzioni di Anthony Barbagallo, segretario regionale del Partito Democratico che lo aveva convocato, il momento della ripartenza dopo la pausa estiva, ma si è trasformato nell’ennesima dimostrazione di una fragilità strutturale cronica.

Che l’esito di questa riunione sarebbe stato un nulla di fatto, che ci si sarebbe limitati alla produzione di “fuffa” era un dato già chiarissimo a tutti ben prima che le porte della sala si chiudessero e che le discussioni avessero inizio. L’appuntamento, infatti, è servito solo a certificare un’incomunicabilità profonda, un dialogo tra sordi in cui ciascuno rimane fermo sulle proprie posizioni, dove è palese che nessuno riuscirà mai a persuadere un alleato o a fargli cambiare idea.

Al tavolo palermitano si sono ritrovati tutti i delegati della vasta e frastagliata galassia d’opposizione. Erano in tredici, a nome di altrettanti partiti e movimenti, manco fosse il Congresso di Vienna convocato per ridisegnare l’Europa e riportare la pace dopo le guerre napoleoniche: Anthony Barbagallo per il Partito Democratico, Nuccio Di Paola per il Movimento 5 Stelle, Ismaele La Vardera in rappresentanza di Controcorrente, Pierpaolo Montalto per Sinistra Italiana, Fabio Giambrone per Europa Verde, Davide Faraone per Italia Viva, Palmira Mancuso per +Europa, Giuseppe Bruno per +Uno, Carmelo Miceli per Progetto Civico Italia, Nino Oddo per il Partito Socialista Italiano, Pippo Zappulla per Sinistra Futura, Miguel Donegani per Progressisti e Rinnovatori e Giovanni Scicolone per Spazio Civico.

Nonostante la presenza di un parterre così affollato, il bilancio finale è stato del tutto inconsistente, caratterizzato da toni di sommessa e paradossale soddisfazione solo per essere riusciti a evitare il “volo degli stracci”, pur senza aver concordato alcuna strategia, alcun candidato alla presidenza o metodo di selezione.

A spaccare inevitabilmente la riunione è stata la figura di Cateno De Luca. Il leader di Sud chiama Nord e attuale sindaco di Taormina ha rappresentato il vero ed ingombrante convitato di pietra del confronto. La proposta avanzata con forza da Italia Viva di allargare i confini della coalizione anche al suo movimento ha scatenato uno scontro durissimo.

Se i renziani spingono apertamente per inglobarlo e nel Partito Democratico non mancano correnti che ne accarezzano l’idea pur di allargare il perimetro elettorale, le forze di sinistra con in testa Ismaele La Vardera hanno posto un veto invalicabile. La Vardera rifiuta fermamente l’ingresso di De Luca perché continua a nutrire speranze di una propria candidatura alla presidenza della Regione, nonostante il “fischiettio” dei dem, che non gli perdonano l’aperto schieramento al fianco di Giuseppe Conte nell’ipotesi di primarie nazionali.

La spaccatura è apparsa insanabile al punto che, al termine del vertice, diversi esponenti hanno disertato l’evento organizzato da Italia Viva ai Cantieri Culturali della Zisa, evitando che l’invito si trasformasse in una grossolana resa dei conti pubblica. D’altronde, la sensazione diffusa è che se De Luca dovesse infine approdare nell’alveo del centrodestra, la sconfitta del Campo Largo diventerebbe a quel punto quasi certificata: con la prospettiva del fallimento elettorale, l’alleanza finirebbe per spaccarsi in più candidature alla presidenza della Regione, facendo decadere i motivi dello stare insieme tra partiti caratterizzati da idee e visioni diametralmente opposte.

Alla fine, la coalizione ha messo nero su bianco una formula chiara e senza appello che recita: “Certamente nella coalizione non ci sarà spazio per coloro che non vedono distinzioni tra la destra e la sinistra”. Un colpo diretto e inequivocabile indirizzato a Cateno De Luca, dalla forma utile solo a permettere ai presenti di sostenere, con sfacciataggine, di non averne mai pronunciato il nome.

L’immagine finale che emerge da Palermo è quella di una coalizione esausta, priva di una visione strategica comune e incapace di indicare una strada che persuada loro prima che i siciliani. Rimandare le decisioni ai prossimi mesi appare solo come un modo per prendere tempo, mentre i singoli partiti continuano a muoversi in ordine sparso, lasciando la sensazione di un cantiere fermo alla perimetrazione della zona, con gli operai intenti a spostare continuamente i paletti del confine, impedendo così di scavare anche solo un metro di terra e avviare i lavori.