Il blitz antimafia scattato all’alba di ieri tra le province di Catania e Siracusa ha svelato una realtà criminale drammaticamente immutata nel tempo. Un’operazione imponente, coordinata dalla Direzione Distrettuale Antimafia etnea e condotta sul campo da oltre duecentocinquanta militari dei Carabinieri del Comando provinciale di Siracusa e della Guardia di Finanza di Catania, con il supporto dello Scico di Roma e l’impiego di elicotteri e unità cinofile.
Le indagini, culminate nell’ordinanza di custodia cautelare firmata dalla giudice per le indagini preliminari Anna Maria Cristaldi, hanno portato all’arresto di venticinque persone e al contestuale sequestro di beni, aziende e disponibilità finanziarie per un valore complessivo di circa 5,5 milioni di euro. Le accuse contestate a vario titolo vanno dall’associazione di tipo mafioso alla detenzione di armi da guerra, passando per estorsione, riciclaggio, rapina, percosse, trasferimento fraudolento di valori e traffico internazionale di stupefacenti, il tutto aggravato, per diversi indagati, dall’aver agevolato la storica famiglia di Cosa Nostra Santapaola-Ercolano e la sua costola territoriale, il clan Nardo di Lentini.
Ciò che emerge dal lavoro investigativo diretto dal procuratore Francesco Curcio, dall’aggiunto Sebastiano Ardita e dal sostituto Fabrizio Aliotta è il ritratto di un territorio schiacciato da una presenza mafiosa sistematica e asfissiante. Un controllo capillare capace di resistere decenni. Come spiegato dagli inquirenti, le indagini, avviate nel 2020 e alimentate anche dal fondamentale apporto delle dichiarazioni di un collaboratore di giustizia, hanno rivelato la drammatica continuità delle dinamiche estorsive. Imprenditori della filiera agroalimentare, attivi specialmente nella raccolta, nel trasporto e nel commercio degli agrumi, continuavano a versare il pizzo agli stessi personaggi che li vessavano trenta o quarant’anni fa.
Accanto all’organizzazione tradizionale, il blitz ha portato a galla una seconda e articolata ramificazione criminale incentrata sul traffico transnazionale di sostanze stupefacenti. La droga, prevalentemente cocaina, hashish e marijuana, veniva importata dalla Spagna per poi essere distribuita capillarmente nelle piazze di spaccio della Sicilia orientale. A tirare le fila di questo redditizio business erano rampolli legati ai vertici della criminalità organizzata catanese.
Tra gli indagati finiti nella rete della Dda figurano infatti Dario Vacante e Davide Musumeci, nipoti di Roberto Vacante, figura di primo piano del clan Santapaola-Ercolano, quest’ultimo del tutto estraneo alle odierne indagini. Nel corso delle complesse attività investigative, durate anni, i militari avevano già effettuato cinque arresti in flagranza e recuperato armi, munizioni e circa due chili di stupefacente, a testimonianza di un gruppo pronto a fare uso della forza.
Sconcertante è proprio la matrice di violenza che caratterizzava la gestione del territorio da parte degli affiliati. Oltre ad atti intimidatori eclatanti, come l’incendio di escavatori nei cantieri stradali e le scorrerie armate in pieno giorno tra i centri abitati, gli inquirenti hanno documentato episodi di totale assenza di scrupoli. Tra questi, un dettaglio agghiacciante citato dal procuratore in sede di conferenza stampa: un’arma da fuoco consegnata direttamente nelle mani di un bambino di appena cinque anni, accompagnata dalla raggelante promessa che quello sarebbe stato il suo futuro strumento di lavoro.
Il sequestro preventivo da 5,5 milioni di euro ha colpito complessi aziendali, immobili, veicoli e conti correnti, beni ritenuti sproporzionati rispetto ai redditi dichiarati o frutto di intestazioni fittizie volte a schermare i guadagni illeciti del clan. Di fronte a questo scenario, il procuratore Curcio ha rivolto un accorato appello al tessuto economico locale, sollecitando gli imprenditori a trovare il coraggio di denunciare. Il capo della Procura etnea ha ribadito che la giustizia garantisce piena protezione a chi decide di ribellarsi, ricordando al contempo che l’omertà e la connivenza finiscono per esporre le stesse aziende a pesanti misure di prevenzione patrimoniali.
La lista delle persone raggiunte dalla misura cautelare in carcere disegna la mappa completa dei quadri e degli affiliati al sodalizio criminale operante tra il Lentinese e il Catanese. Tra i volti noti del clan Nardo e i nuovi innesti sono finiti in manette: per quanto riguarda i residenti a Lentini, Franco Catania (41 anni), Antonio Corso (45 anni), Michael Di Fazio (32 anni), Alberto Di Mauro (48 anni), Gabriele Liprino Favazzi (29 anni), Giuseppe Giampapa (53 anni), Antonino Guercio (49 anni), Ercole Daniele Modica (63 anni), Angelo Maria Randazzo (50 anni), Massimiliano Rizzo (52 anni), Alfio Scandurra (35 anni), Fabio Virzì (47 anni) e Filadelfio Zarbano (40 anni).
A Carlentini sono residenti Gaetano Teclo Angelino (59 anni), Sebastiano Basso (42 anni), Alfio Bonomo (60 anni) e Alfio Calabrò (33 anni). A Catania risultano residenti Davide Musumeci (35 anni) e Dario Vacante (40 anni). Gli altri indagati risiedono in diversi comuni della Sicilia e uno in Italia: Sebastiano Scrofani (54 anni) ad Augusta, Domenico Fava (46 anni) a Francofonte, Antonino Sebastiano Calanni Pileri (45 anni) a Maniace, Vincenzo Rizzo (56 anni) a Palagonia e infine Giuseppe Furnò (74 anni), originario di Lentini ma da tempo residente a Perugia.