Per comprenderne fino in fondo il significato dell’imminente passaggio giudiziario che coinvolge il clan Mazzei, occorre prima posare lo sguardo sul complesso e instabile scacchiere della criminalità organizzata etnea. La mappa della mafia locale si presenta come un mosaico frammentato, in cui cartelli storici e fazioni emergenti si contendono oggi ogni singolo centimetro quadrato di territorio. Da un lato figurano le strutture tradizionali dei Santapaola e dei Cappello, capaci di mantenere una presenza capillare e organizzata in cellule; dall’altro esistono galassie complesse come quella dei Cursoti, eternamente spaccata e lacerata lungo l’asse geografico e strategico che divide la componente catanese da quella milanese.
In questo contesto sprovvisto di una regia unitaria o di una struttura decisionale paragonabile alla Cupola palermitana, le regole del gioco vengono scritte quasi sempre con la forza. Senza un vertice supremo in grado di imporre una tregua duratura, i quartieri si trasformano in feudi autonomi dove il controllo delle fiorenti piazze di spaccio e il monopolio delle estorsioni scatenano contese sanguinarie. A complicare ulteriormente il quadro vi è l’imprevedibilità delle nuove leve: giovani affiliati affamati di potere e guadagni rapidi, pronti ad accendere faide non soltanto contro i rivali di sempre, ma persino all’interno delle proprie organizzazioni d’appartenenza, alimentando scissioni e mutamenti continui.
In questo scenario perennemente attraversato da tensioni e regolamenti di conti, la figura della famiglia Mazzei occupa un posto non marginale. Nata discostandosi dai Cursoti agli inizi degli anni Novanta, la consorteria fu inizialmente scelta dai Corleonesi per ridimensionare il clan Santapaola. I Mazzei hanno impresso un segno profondo nella storia della malavita etnea, radicando il proprio dominio nel quartiere San Cristoforo. L’evoluzione di questo gruppo rispecchia in modo nitido i cambiamenti della stessa Cosa Nostra catanese nell’arco degli ultimi decenni. Il capostipite Santo Mazzei (u carcagnusu), noto alla cronaca giudiziaria come il patriarca della stirpe e attualmente ergastolano in regime di 41 bis, incarnava la modalità più spietata della violenza mafiosa.
Con il passare del tempo e l’avvicendamento generazionale, lo stile di comando all’interno del clan ha conosciuto sensibili variazioni. Il figlio di Santo, Nuccio Mazzei, ha mostrato una propensione strategica diversa rispetto alla brutalità del genitore. Pur mantenendo fermo il controllo sul proprio territorio, Nuccio ha preferito affiancare alle tradizionali attività illecite una visione finanziaria e diplomatica, muovendosi nel reinvestimento dei proventi illegali.
Sotto la sua guida, i profitti del narcotraffico e altre attività criminali sono stati incanalati verso circuiti imprenditoriali apparentemente puliti, alimentando il circuito del mondo notturno delle discoteche, l’acquisizione di società commerciali in grave crisi finanziaria e vari rami del commercio legale. Un profilo moderno di manager del crimine che ha saputo diversificare gli interessi del gruppo pur mantenendo salde le radici malavitose.
Oggi, come racconta il quotidiano La Sicilia, la storia del clan registra un ulteriore capitolo con l’ingresso nella scena giudiziaria della terza generazione della famiglia, rappresentata dai figli di Nuccio, Santo e Matteo, e dai figli di sua sorella Simona, Filippo e Cristian. Gli esiti delle recenti indagini tracciano il profilo di questa nuova leva criminale, che sembra aver sintetizzato le doti e i tratti distintivi dei propri predecessori. Da un lato vi è la ripresa di quell’indole aggressiva e priva di scrupoli che richiamava lo stile del vecchio patriarca, dall’altro permane la capacità di inserirsi nel tessuto economico pulito, indirizzando i guadagni illeciti verso il settore ricettivo ed alberghiero.
Questa doppia anima, finanziaria e ferocemente armata, è emersa in tutta la sua evidenza nel corso delle indagini condotte dalla Squadra Mobile, sfociate durante la scorsa estate nell’operazione denominata “Onda Nuova”, che ha colpito nel profondo l’assetto dirigenziale del clan, svelandone le risorse belliche e la capillare gestione del mercato dello spaccio.
L’intera vicenda si sposta adesso nelle aule di giustizia per il vaglio processuale. Il prossimo dieci novembre è stata fissata la data dell’udienza preliminare che si terrà dinanzi al giudice per le indagini preliminari Silvia Passanisi. Il magistrato sarà chiamato a esaminare la corposa richiesta di rinvio a giudizio formulata dal pubblico ministero della Direzione Distrettuale Antimafia, Alessandra Tasciotti. L’atto di chiusura dell’indagine lascia immaginare lunghi pervcorsi detentivi per le trentatré persone riconducibili a vario titolo alla rete organizzativa.
Tra i soggetti chiamati a rispondere davanti al giudice figurano i componenti del nucleo familiare, a partire da Santo e Matteo Mazzei, figli di Nuccio, affiancati dalla sorella Simona e dai suoi due figli Filippo Intravaia e Cristian Marletta. Accanto al nucleo familiare principale si trova una folta schiera di presunti affiliati e fiancheggiatori che secondo gli inquirenti garantivano la continuità operativa del clan nei diversi settori operativi.
Nell’elenco dei destinatari della richiesta di rinvio a giudizio compaiono i nomi di Ludovico Accetta, Guido Acciarito, Carmine Alvaro, Calogero Benigno, Giorgio Bergamo, Giorgio Campisi, Andrea Chiarenza, Simone Condina, Antonino Culletta, Michele Di Grazia, Salvatore Falletta, Simone Gagliano, Agatino Francesco Grasso, Carmelo Grasso, Pietro Lorenzo Grasso, Renato Dario Gravagna, Emanuele Indelicato, Giorgia Magrì, Francesco Mannino, Antonio Monaco, Salvatore Morace, Danilo Pastura, Filippo Popolo, Emanuele Ricotti, Mario Spinella, Claudio Turrisi e Salvatore Luca Zappalà.
L’udienza segnerà una tappa cruciale riguardo la criminalità organizzata etnea, mettendo alla sbarra un’intera famiglia criminale e i suoi membri, nel tentativo di fare luce su alcune delle dinamiche oppressive che hanno soffocato la vita economica e sociale di Catania.