Una delle prime certezze della campagna elettorale che si avvicina è che alle prossime elezioni l’intelligenza artificiale giocherà un ruolo da protagonista.
Il clima da campagna elettorale si sta facendo sempre più forte e, con esso, la consapevolezza che, alle prossime elezioni l’intelligenza artificiale avrà un ruolo determinante. Un dettaglio che desta non poche preoccupazioni, anche solo perchè negli anni scorsi le “semplici” campagne social hanno influenzato moltissimo il dibattito pubblico e posto temi rilevanti, come il rischio di diffusione di fake news. L’intelligenza artificiale rappresenta una cassa di risonanza perfetta per questi rischi, e un suo utilizzo scorretto potrebbe rivelarsi molto pericoloso.
Un primo assaggio di quella che potrebbe essere la campagna elettorale che ci aspetta ce lo ha dato il cosiddetto “caso Siracusano”, che ha riaperto il dibattito sul tema.
Nelle scorse settimane, infatti, il generale Roberto Vannacci, leader di Futuro Nazionale, ha pubblicato una foto della sottosegretaria Siracusano. Peccato che la foto pubblicata fosse un po’ diversa dall’originale, e ritraesse la sottosegretaria con una scollatura molto più abbondante rispetto a quella che effettivamente indossava.
Lei ha minacciato di agire per vie legali, e Vannacci l’ha tacciata di comportarsi inutilmente da piagnucolona per distrarre l’attenzione dalle imminenti elezioni in Calabria.
Alcune forze politiche, prima fra tutti Forza Italia, a cui appartiene la sottosegretaria coinvolta, hanno reagito chiedendo di introdurre il divieto di utilizzo di deepfake in campagna elettorale, ma la reazione da parte della maggioranza non è stata di pieno supporto. “Le regole esistono già”, hanno risposto Fratelli d’Italia e Lega.
Ed effettivamente dovrebbero saperlo anche i forzisti, dato che proprio questo governo può rivendicare di avere introdotto il cosiddetto “reato di deepfake”, che punisce con la reclusione da uno a cinque anni chiunque provochi un danno ingiusto ad una persona “cedendo, pubblicando o altrimenti diffondendo, senza il suo consenso, immagini, video o voci falsificati o alterati mediante l’impiego di sistemi di intelligenza artificiale e idonei a indurre in inganno sulla loro genuinità”.
Eppure, la stessa Presidente del Consiglio Giorgia Meloni ha ritenuto che la norma penale e i sani principi sanciti dalla legge italiana sull’intelligenza artificiale, secondo cui l’utilizzo di questa tecnologia non dovrebbe “pregiudicare la libertà del dibattito democratico da interferenze illecite”, non la tutelassero sufficientemente.
Ragione per cui, qualche giorno fa, la presidente ha registrato la propria voce come marchio sonoro, presentando domanda all’EUIPO, l’Ufficio dell’Unione Europea per la Proprietà Intellettuale. Registrando le parole “Io sono Giorgia Meloni”, la presidente ha condiviso una scelta fatta già da altri personaggi della musica e dello spettacolo, il cui scopo sarebbe quello di proteggersi dall’utilizzo improprio della voce anche, appunto, per la creazione di deepfake.
Nel caso di Giorgia Meloni, fra le classi indicate nella domanda, ne compare una espressamente associata all’ “organizzazione di manifestazioni politiche”, elemento che chiarisce l’obiettivo di scoraggiare anche l’eventuale utilizzo della voce di Meloni per campagne elettorali non autorizzate.
Sebbene questa scelta abbia sicuramente il pregio di fare da deterrente, come evidenziato da molti esperti in diritto della proprietà intellettuale, lo strumento giuridico in sé potrebbe rivelarsi non del tutto efficace, dal momento che la tutela del marchio sonoro nasce con altre finalità – di natura prettamente commerciale – e, per le proprie caratteristiche, non consentirebbe di accedere a una tutela così ampia come quella sperata.
Infatti, il marchio protegge la specifica traccia registrata e non la voce e le sue caratteristiche generali, con la conseguenza che, laddove la voce di Giorgia Meloni venisse modificata per farle pronunciare una frase diversa da “Io sono Giorgia Meloni”, difficilmente potrebbe invocare la tutela prevista dal marchio.