Forse li avete già nel cassetto, ne avrete sentito parlare da un amico entusiasta del suo acquisto o, semplicemente, li avete osservati curiosi da dietro la vetrina di un negozio. Qualunque sia la vostra esperienza personale, una cosa è certa: gli smart glasses, i cosiddetti “occhiali intelligenti” sono ormai parte della nostra quotidianità e non più una chimera fantascientifica.
Se qualcuno non sapesse di cosa stiamo parlando, gli smart glasses sono degli occhiali dotati di telecamera integrata che consentono a chi li indossa di fare diverse cose, fra cui riprendere l’ambiente circostante e chiedere informazioni sugli oggetti che lo circondano. Ovviamente ne esistono di vari tipi, ma in ogni caso il sogno degli occhiali intelligenti, calato nella realtà, è più problematico di quanto sembri.
I principali dubbi sulla legittimità a mettere in commercio prodotti di questo tipo riguardano, com’è facile immaginare, il rispetto della privacy delle persone che possono essere riprese senza esserne consapevoli. È vero: da quanto chiunque ha in mano uno smartphone le riprese e le foto non richieste e non volute – e, spesso, la loro diffusione sui social – sono moltissime. È anche vero, però, che lo strumento degli occhiali è molto più subdolo, più facile da nascondere e, quindi, potenzialmente più semplice da utilizzare in contesti molto sensibili. Si pensi, ad esempio, a riprese fatte all’interno di uno spogliatoio o in situazioni intime.
Questo è il motivo per cui in molti Paesi sono state lanciate delle campagne di protesta contro gli smart glasses: Londra, per esempio, si è svegliata coperta di manifesti che ritraggono Epstein – l’imprenditore statunitense condannato per reati sessuali e finito suicida in carcere – che indossa gli smart glasses, ribattezzati “occhiali del pervertito”.
Eppure, dato che le cose non sono mai del tutto bianche o nere, bisogna dare atto che gli smart glasses possono avere degli impieghi anche molto positivi, aiutando concretamente, per esempio, chi è affetto da gravi patologie legate alla vista, come nel caso degli ipovedenti, per i quali gli smart glasses possono rappresentare davvero un punto di svolta.
Date le numerose aree grigie, comunque, non è un caso che gli occhiali intelligenti abbiano catturato l’attenzione delle autorità competenti nel settore della protezione dei dati personali. Il nostro Garante, ad esempio, si era interessato al tema già dalla primissima apparizione di questi strumenti nel mercato italiano, con un provvedimento poi oggetto di grande discussione perché annullato in autotutela, in modo un po’ anomalo rispetto alla prassi dell’autorità. L’intervento del Garante non ha comunque impedito agli smart glasses di essere venduti in Italia, ma il tema non si ferma certo ai nostri confini nazionali.
Proprio qualche giorno fa, infatti, lo European Data Protection Board (EDPB), ossia il comitato europeo che riunisce le autorità per la protezione dei dati personali di tutti gli Stati Membri e ha competenza a livello europeo sulla materia, ha adottato una dichiarazione riguardante proprio gli smart glasses, chiamando in causa tutti i profili di attenzione e i temi che rimangono aperti.
Profili che, anche se è difficile rendersene conto, toccano chiunque utilizzi occhiali di questo tipo nella vita di tutti i giorni.
Il primo riguarda la disciplina europea sulla protezione dei dati personali e, in particolare il famigerato GDPR (Regolamento UE 679/2016). È vero – e lo ricorda lo stesso EDPB – che il GDPR non si applica a chi tratta dati personali per scopi non professionali. Si tratta di quella che in inglese si chiama “household exemption” e, in buona sostanza, consente di escludere l’applicazione della disciplina tutte le volte che i trattamenti sono svolti nell’ambito della vita domestica, privata o familiare. Attenzione, però, a dire cosa è vita privata e cosa no. Pubblicare un video suo social network, ad esempio, ci fa uscire dalla comoda esenzione di cui abbiamo appena parlato, e la conseguenza è quella di dover rispettare le regole europee sulla privacy. Tanto per dirne una, dovremmo avere una base giuridica per trattare i dati delle persone che riprendiamo e, in questo caso, la più adatta sarebbe il consenso.
Sempre a proposito di consenso, l’EDPB ricorda che, comunque, sia nel caso in cui si applichi il GDPR, sia nel caso in cui si possa beneficiare della household exemption, valgono tutte le altre regole previste dal diritto nazionale. Un esempio è dato dalle regole sul diritto all’immagine, che in Italia si basano proprio sul consenso della persona all’utilizzo della propria immagine. E naturalmente, nei casi più gravi, potrebbero esserci anche conseguenze penali.
Insomma, la tecnologia ci dà strumenti nuovi in grado di potenziare le nostre capacità e migliorare le nostre vite, ma il rischio è che queste possibilità si trasformino in attacchi alla libertà personale di chi ci sta intorno.