DIECI ANNI DI CARCERE PER L’ INCENDIO A CAPO GALLO

di Antonino Piscitello

Il verdetto emesso dai giudici di Palermo non lascia spazio a interpretazioni, l’incendio della Riserva Naturale di Capo Gallo merita una pena esemplare.

Al termine di un confronto in camera di consiglio durato oltre nove ore, il collegio presieduto da Bruno Fasciana ha inflitto dieci anni di reclusione a Francesco Ficano, il ventinovenne ritenuto responsabile del catastrofico rogo che, il 24 luglio 2023, ha cancellato seicentoquaranta ettari di macchia mediterranea.

Le accuse confermate dalla sentenza sono pesantissime: disastro ambientale e incendio boschivo, entrambi di natura dolosa. Quella notte di luglio il danno non fu solo la vegetazione bruciata, ma anche le famiglie costrette alla fuga mentre l’aria diventava irrespirabile a causa della diossina.

Le indagini, condotte con meticolosità dai Carabinieri della compagnia San Lorenzo, hanno ricostruito minuziosamente i movimenti dell’imputato. Un ruolo cruciale è stato giocato dalle telecamere di sorveglianza di un complesso residenziale in via Tolomeo, che hanno ripreso il giovane mentre si allontanava a bordo di uno scooter con un contenitore sospetto.

Oltre ai supporti video, a inchiodare Ficano sono state le intercettazioni ambientali e i messaggi privati. Secondo la ricostruzione del pubblico ministero Eugenio Faletra, l’uomo avrebbe inizialmente cercato di sminuire l’accaduto scrivendo a un conoscente: “Per sbaglio ho buttato la sigaretta e con il caldo ha preso fuoco tutta la montagna… però a mare… a Capo Gallo e l’acqua che aveva tutta la cenere… ha preso fuoco tutta la montagna”. Una versione che, tuttavia, si scontrava con i rilievi tecnici che indicavano un’azione deliberata.

Durante il periodo di detenzione per altre cause, l’uomo aveva ammesso le proprie colpe dicendo chiaramente: Sono stato io. Tuttavia, ha sempre cercato di negare la premeditazione o l’uso di sostanze infiammabili, dichiarando: Non è stata una volontà, io non ho mai usato né accelerante, né benzina, né nulla.

L’inchiesta ha però portato alla luce anche il tentativo di inquinare le prove, spingendo alcuni contatti a fornire versioni di comodo e suggerendo di cancellare la chat di WhatsApp. In un momento di incertezza, Ficano aveva persino ipotizzato di inventare una presenza esterna: … io posso dire che ho visto dei ragazzi?.

Non si trattava, d’altronde, di un soggetto nuovo alle aule di giustizia. Nel passato di Ficano figurava già una condanna definitiva risalente al 2017 per reati analoghi, inclusi l’uso di bottiglie molotov contro un immobile occupato e accuse relative a esplosivi e violenza privata. Questo precedente ha pesato inevitabilmente sulla percezione della sua pericolosità sociale.

Nonostante la linea difensiva degli avvocati Vincenzo ed Emanuele Zummo, che puntano a dimostrare un atteggiamento imprudente e non doloso in vista dell’appello, il primo grado di giudizio stabilisce anche l’obbligo di risarcimento per le parti civili, comprese le famiglie che hanno visto le proprie abitazioni divorate dalle fiamme.

La condanna a dieci anni per Francesco Ficano non è solo una sanzione amministrativa o penale, ma un atto di giustizia dovuto a una città che ha guardato con orrore la propria montagna bruciare. È una pena che l’imputato meritava assolutamente, non solo per il danno materiale incalcolabile, ma per l’offesa profonda arrecata al patrimonio naturalistico siciliano.

Speriamo che questo verdetto non rimanga un caso isolato, ma funga da monito severo e inequivocabile per chiunque pensi di poter “giocare con il fuoco” e con la vita altrui. Il tempo dell’impunità per i piromani deve finire, chi distrugge il bene comune deve sapere che lo Stato è pronto a rispondere con la massima fermezza.