IL RAGAZZINO DI SAN VITO VOLEVA UCCIDERE

di Antonino Piscitello

A pochi giorni dal tentato accoltellamento di un professore da parte di uno studente nella scuola media di San Vito Lo Capo, l’attenzione degli investigatori si è ormai spostata dai corridoi dell’istituto scolastico all’universo digitale in cui si muoveva il ragazzino di appena 12 anni.

Quello che inizialmente poteva apparire come un improvviso scatto di violenza giovanile si sta rivelando, ora dopo ora, un caso di studio estremamente inquietante sulla radicalizzazione precoce online. Le indagini della Procura per i minorenni di Palermo, coordinate da Claudia Caramanna, stanno scavando nei dispositivi sequestrati al ragazzo per comprendere come un preadolescente sia potuto entrare in contatto con ideologie così estreme.

I primi riscontri sui telefoni hanno confermato la pianificazione minuziosa dell’azione, condivisa quasi in tempo reale su Telegram. Nei messaggi analizzati dal Ros Antiterrorismo, emerge chiaramente come la mente del giovane fosse ormai intrisa di idee e temi neofascisti, simboleggiati anche dalla sua intenzione di indossare una maglietta con lo slogan «me ne frego».

All’interno di questa cornice ideologica, il ragazzo aveva fissato l’attacco per le otto del mattino, all’inizio delle lezioni, mostrando ai suoi contatti online le foto del materiale acquistato per il raid, tra cui un casco e una maschera. Nelle stesse chat indicava una precisa lista di bersagli scelti in base a presupposti di odio razziale, tra cui tre compagni di classe musulmani, un altro studente di fede islamica e una ragazza nera.

Un altro fronte centrale dell’inchiesta riguarda la sorprendente freddezza dimostrata dal dodicenne sia nelle conversazioni in rete sia nei successivi colloqui. Il ragazzo ha dimostrato di conoscere nei dettagli la legge italiana, commentando con cinismo il fatto che i minori di quattordici anni non siano penalmente imputabili e ipotizzando che se la sarebbe cavata solo con un periodo in un istituto psichiatrico.

Questo distacco emotivo si rifletteva anche nelle motivazioni politiche del suo gesto, fortemente influenzate dalla conoscenza enciclopedica delle azioni di noti stragisti suprematisti internazionali degli ultimi anni, come Brenton Tarrant e Payton Gendron, figure che citava quasi come modelli di riferimento e di cui condivideva l’odio ideologico.

La domanda a cui gli investigatori del Ros stanno cercando disperatamente di rispondere è se dietro questa deriva ci sia la mano di terzi. L’ipotesi che il minore sia stato agganciato, manipolato o addirittura istigato da adulti all’interno di canali social chiusi è tutt’altro che secondaria. Si tratta di un’ipotesi sostenuta con forza anche dai familiari, in particolare dalla madre, che continua a ripetere di non riconoscere il proprio figlio in quei testi pieni d’odio, convinta che dietro i messaggi ci sia l’ombra di un ricatto informatico o di un lavaggio del cervello orchestrato da figure esterne ancora da identificare.