CERTIFICATI ANTI-RIMPATRIO E PRO IMMIGRATI CLANDESTINI?

di Antonino Piscitello

A Ravenna la Procura sta indagando su una vicenda delicata che ruota attorno ai cosiddetti certificati anti-rimpatrio.

Secondo l’ipotesi degli inquirenti, tra l’estate del 2024 e l’inizio del 2026, alcuni medici del reparto di malattie infettive dell’ospedale cittadino avrebbero redatto certificati medici con motivazioni generiche. L’obiettivo ipotizzato era quello di evitare che diversi migranti, già colpiti da decreti di espulsione e responsabili di reati, venissero trasferiti in un Cpr (Centro per il rimpatrio).

La vicenda, esplosa a livello nazionale lo scorso febbraio, è ancora nella fase delle indagini preliminari, il che significa che non vi è alcuna condanna e che la presunzione d’innocenza resta un principio sacro per tutti i soggetti coinvolti. Senza cedere a gogne mediatiche, l’attenzione si concentra ora sul capire il ruolo esatto dei medici, cercando di chiarire i meccanismi, il come e il perché di queste decisioni.

La questione presenta risvolti concreti per la sicurezza pubblica: alcuni dei cittadini stranieri dichiarati inidonei e lasciati liberi sul territorio hanno infatti accumulato una lunga sequela di denunce e arresti successivi. Questo scenario solleva un interrogativo ancora più grande, spingendo gli inquirenti a valutare se dietro ai singoli episodi romagnoli non si nasconda una vera e propria rete nazionale strutturata per evitare che clandestini autori di reati finiscano nei centri di rimpatrio.