La sera del 3 settembre 1982, in via Isidoro Carini a Palermo, un commando mafioso legato alle cosche corleonesi affiancò le vetture su cui viaggiavano il prefetto Carlo Alberto Dalla Chiesa, la moglie Emanuela Setti Carraro e l’agente di scorta Domenico Russo.
ANNIVERSARIO ASSASSINIO DALLA CHIESA
I killer aprirono il fuoco con fucili d’assalto AK-47 Kalashnikov, uccidendo all’istante il generale e la coniuge. L’agente Russo, gravemente ferito, morì dopo dodici giorni di agonia il 15 settembre 1982. Il triplice omicidio rappresentò uno dei punti più drammatici dell’aggressione di Cosa Nostra allo Stato, spazzando via tre vite impegnate con rigore e dedizione al servizio delle istituzioni.
Dalla Chiesa era stato nominato prefetto di Palermo nell’aprile del 1982, all’indomani dell’uccisione del deputato Pio La Torre, con il compito di arginare la sanguinosa Seconda guerra di mafia. La scelta del governo era caduta su di lui grazie ai rilevanti successi ottenuti nella disarticolazione del terrorismo delle Brigate Rosse. Tuttavia, durante i quattro mesi del suo mandato, il prefetto si trovò ad operare in una condizione di sostanziale isolamento operativo, senza ottenere dai vertici politici i poteri speciali di coordinamento che aveva espressamente richiesto. Nell’agosto del 1982, in un’intervista al giornalista Giorgio Bocca, Dalla Chiesa denunciò pubblicamente la solitudine delle istituzioni sul territorio e intuì per primo che il raggio d’azione della mafia si estendeva ben oltre i confini siciliani, penetrando nei gangli dell’economia nazionale.
All’indomani della strage, il 4 settembre 1982, un cittadino anonimo affisse sul luogo dell’agguato un cartello diventato celebre: «Qui è morta la speranza dei palermitani onesti». Se quel gesto esprimeva lo sgomento immediato di una città ferita, gli eventi successivi dimostrarono che quella speranza non si era spenta. Il sacrificio di Dalla Chiesa, di sua moglie e di Domenico Russo scosse la coscienza civile del Paese e costrinse il Parlamento a reagire con una celerità mai vista prima.
Il 13 settembre 1982, a soli dieci giorni dalla strage, venne approvata la legge Rognoni-La Torre (legge n. 646), fino ad allora bloccata dal dibattito politico. Il testo introdusse nel codice penale l’articolo 416-bis, configurando per la prima volta lo specifico reato di associazione a delinquere di tipo mafioso e dotando la magistratura di uno strumento fondamentale: il sequestro e la confisca dei beni illeciti. Questa svolta normativa rese possibile la nascita del Pool antimafia della Procura di Palermo, guidato da Antonino Caponnetto e composto da magistrati come Giovanni Falcone e Paolo Borsellino. L’imponente lavoro d’indagine del Pool sfociò nel Maxiprocesso di Palermo (1986-1992), che portò alla condanna definitiva di centinaia di affiliati e dei vertici della Cupola, compresi i mandanti della strage di via Carini come Salvatore Riina, Bernardo Provenzano e Michele Greco.
Negli anni e nei decenni successivi, il percorso di contrasto alla criminalità organizzata si è nutrito del coraggio di molti altri servitori dello Stato e cittadini, fino alla reazione istituzionale e popolare seguita alle stragi del 1992. Oggi la struttura militare di Cosa Nostra appare profondamente ridimensionata e la Sicilia ha maturato un profondo cambiamento sociale e culturale. La memoria di Carlo Alberto Dalla Chiesa, Emanuela Setti Carraro e Domenico Russo non appartiene solo al passato, ma resta un punto di riferimento fondamentale, dimostrando che il coraggio, la fermezza delle istituzioni e la responsabilità civile possono davvero fare la differenza.
ANNIVERSARIO ASSASSINIO DALLA CHIESA .