Rekeep S.p.a., società che si occupa della gestione dei servizi di pulizia e sanificazione all’interno dell’azienda ospedaliera Villa Sofia-Cervello di Palermo, è oggi al centro di un acceso dibattito mediatico. Come diverse altre testate dell’isola e nazionali, anche il nostro giornale è stato tra i primi a fare i nomi e a divulgare la notizia riguardante le parentele mafiose di alcuni dipendenti dell’impresa che opera all’interno della struttura sanitaria pubblica. Tuttavia, a diritto di cronaca compiuto e riflettori ancora accesi, si rende necessaria una disamina lucida e rigorosa di quanto sta accadendo, al di là dei toni spesso esasperati della polemica politica.
Per analizzare la questione con equilibrio, occorre partire da un dato di fatto oggettivo e normativo insuperabile: l’azienda privata bolognese non risulta avere alcuna interdittiva antimafia da parte di alcuna prefettura e, a quanto ne sappiamo, opera nel rispetto delle leggi vigenti e delle procedure previste per gli appalti pubblici. Di fronte alle denunce pubbliche presentate in queste ore da esponenti politici che si inalberano per il fatto che nessuno ha loro attaccato una medaglia al petto, la Regione Siciliana e gli organi di governo regionale non possono che prendere atto della situazione e muoversi nel perimetro consentito dal diritto.
L’amministrazione regionale sta agendo esattamente come ci si aspetta da un ente pubblico responsabile: avviando approfondimenti mirati per verificare la bontà dei servizi erogati e la regolarità delle procedure di gestione. Sarebbe anzi auspicabile che simili attività di controllo venissero estese a tutte le realtà imprenditoriali che lavorano nell’ambito dei servizi per conto della Regione, così da garantire standard elevati in ogni settore amministrativo. Allo stesso modo, appare assolutamente corretta e fisiologica l’iniziativa della Commissione Antimafia dell’Assemblea Regionale Siciliana, che sembra stia per decidere di aprire un fascicolo d’inchiesta secondo le proprie competenze istituzionali. La commissione valuterà gli atti e trasmetterà le informazioni raccolte agli organismi giudiziari e di pubblica sicurezza giudicati idonei ad affrontare la questione.
Oltre questo confine, le istituzioni politiche ed amministrative semplicemente non possono andare. Se da un lato la politica e gli organi di informazione svolgono un ruolo non marginale nel sollevare interrogativi e nel sollecitare l’intervento degli organismi preposti su fatti di rilevanza pubblica, dall’altro occorre ricordare che le modalità, le tempistiche e gli strumenti d’indagine restano di esclusiva pertinenza delle autorità competenti. Il confronto democratico si alimenta della capacità di denuncia della stampa e delle istituzioni politiche, ma la tutela dello Stato di diritto richiede la netta separazione tra lo stimolo dell’opinione pubblica e la conduzione tecnica degli accertamenti, riponendo massima fiducia nel lavoro investigativo delle forze dell’ordine.
Quindi massima vigilanza per quanto riguarda il rispetto delle condizioni d’appalto, delle leggi sul lavoro e dei diritti sindacali e persino moral suasion pubblica per invitare tutte le imprese che operano nella Regione al massimo di vigilanza e rigore nei confronti del proprio personale, ma, a meno che la Prefettura non emetta un’interdittiva antimafia, l’ente pubblico non può in nessun caso interrompere con queste motivazioni il rapporto contrattuale.
Non è quindi affatto da escludere che l’intera vicenda non abbia alcuna conseguenza sotto il profilo delle responsabilità legali. Il colosso dei servizi di pulizia e sanificazione, subentrato nell’appalto palermitano qualche anno fa e tenuto per contratto e per legge ad applicare la clausola sociale a tutela dell’occupazione del personale già in forza, potrebbe non aver mai oltrepassato il limite di ciò che è lecito e consentito dalle normative attuali.
La presenza di dipendenti incensurati, legati da vincoli di parentela con soggetti pregiudicati o coinvolti in vicende giudiziarie, costituisce un fatto grave, purtroppo verosimilmente non isolato nel capoluogo e nell’intera Sicilia, ma non coincide purtroppo con la violazione di norme penali o amministrative da parte del datore di lavoro.
Il resto spetta alla Prefettura e ad eventuali indagini della magistratura che riteniamo auspicabili.
Un’ultima riflessione però non può essere omessa. Denunciare anomalie di questo tipo è cosa giusta e meritevole e anche noi nel nostro ruolo abbiamo deciso di farlo rendendo pubblici tutti i nomi dei quali eravamo a conoscenza. Utilizzare però tutto questo per attaccare un ente che non ha nessuna competenza solo per portare avanti la propria campagna elettorale è un atto bello e buono di sciacallaggio. E per lo sciacallaggio non ci risulta vi siano medaglie.