Schifani mette in frigo le dimissioni e decide di temporeggiare, trasformando la tanto attesa seduta dell’esecutivo regionale tenutasi ieri in un esercizio di attesa tattica. Come ampiamente previsto, il Presidente della Regione Siciliana non ha rassegnato la propria rinuncia e sposta la partita nella capitale dove, nei prossimi giorni, incontrerà il segretario nazionale di Forza Italia Antonio Tajani per un chiarimento che si preannuncia teso e privo di sconti diplomatici.
In vista di questo summit, il capo del governo dell’isola farà pervenire una richiesta ben precisa: l’esclusione dal tavolo del commissario regionale Nino Minardo, additato come il detonatore dell’improvvisa crisi politica. Un vertice a porte chiuse dal quale il Presidente intende capitalizzare il massimo prima di pronunciare la parola fine sulla sua esperienza alla guida della Regione.
Il governatore agiterà di nuovo lo spettro delle dimissioni immediate come strumento di pressione, sebbene sia perfettamente conscio che i margini per una sua ricandidatura alla presidenza si sono ormai quasi azzerati. La sua missione a Palazzo d’Orléans volge al termine, travolta dalle tensioni per la vicenda Armao e dall’attacco sferrato dai vertici del suo partito, intenzionati a voltare pagina in vista della competizione elettorale regionale.
Consapevole di questo scenario, l’ex presidente del Senato non intende tuttavia uscire di scena a mani vuote e si appresta a trattare le condizioni del proprio addio con pragmatismo. Tra le sue richieste figurerà la rivendicazione di un ruolo di prestigio tra quelli disponibili nello scacchiere istituzionale e politico nazionale: una buonuscita importante dopo gli anni trascorsi al vertice dell’amministrazione isolana.
Accanto alle garanzie per il proprio futuro, la strategia del governatore punta a mettere in sicurezza la fase finale dell’amministrazione regionale. Il Presidente chiederà di essere messo nelle condizioni di governare senza tensioni fino alla fine, pretendendo un patto di non aggressione che eviti logoramenti quotidiani. L’addio dovrà apparire come una sua libera scelta, un atto maturato in autonomia e non come un’imposizione calata dall’alto o un cedimento di fronte ai diktat di partito.
Inoltre, nell’articolato piano di uscita, Schifani chiederà di far coincidere le sue dimissioni con la fine della legislatura nazionale, in modo da accorpare le elezioni regionali a quelle politiche. Una convergenza temporale che permetterebbe di unificare i due appuntamenti alle urne nella medesima finestra di voto, sia che questo avvenga nella prossima primavera, sia che si arrivi fino all’autunno successivo.
Mentre a Roma si preparano per il vertice della prossima settimana, il clima nei corridoi della politica siciliana resta plumbeo. Il governatore, comunque, rilancia l’azione amministrativa con l’approvazione di un disegno di legge sulla trasparenza delle attività di lobbying, varata proprio mentre il suo governo è sfiorato da delicate vicende giudiziarie. Questo non è bastato, tuttavia, a rompere l’isolamento politico attorno alla sua figura.
Tra i corridoi di Palazzo d’Orléans si registra il silenzio dei deputati e dei fedelissimi della prima ora di Forza Italia, che hanno evitato di esporsi pubblicamente a sostegno di una sua eventuale rielezione. Un disimpegno che segnala come l’apparato politico stia già guardando oltre. Soltanto sparute voci provenienti da qualche alleato di governo – la democristiana Nuccia Albano e il vicepresidente leghista Luca Sammartino – hanno speso parole di apertura al bis, lasciando il leader siciliano nell’amara constatazione di un quadro politico irrimediabilmente compromesso.