Ci sono riflessioni che descrivono con straordinaria precisione uno dei problemi più profondi: LA POLITICA NON PUÒ DIVENTARE L’ARTE DI CONSERVARE IL POTERE.
Eppure, troppo spesso, il dibattito pubblico sembra concentrarsi più sugli equilibri interni, sulle candidature, sulle riconferme e sulle appartenenze che sui programmi e sui risultati.
Si discute di chi deve comandare, molto meno di ciò che bisogna realizzare. Si parla di alleanze, di posizionamenti, di distribuzione delle responsabilità. Ma quante voltesi discute seriamente di produttività, investimenti, infrastrutture, competitività, occupazione giovanile e modernizzazione della pubblica amministrazione?
La Sicilia ha bisogno di risposte a queste domande. E soprattutto ha bisogno di una politica capace di comprendere che il consenso elettorale conferisce una responsabilità temporanea, non un diritto permanente al potere.
Le istituzioni appartengono ai cittadini. Non a chi, pro tempore, le governa.
IMPRENDITORI E PRENDITORI: DUE MODI OPPOSTI DI INTERPRETARE LA RESPONSABILITÀ
Da imprenditore, conosco il significato della responsabilità. Chi investe risorse proprie, organizza il lavoro, affronta il mercato, assume rischi e crea occupazione sa che ogni decisione produce conseguenze.
Un investimento sbagliato può compromettere anni di sacrifici. Un ritardo amministrativo può bloccare un’iniziativa industriale. Un’autorizzazione che non arriva può significare posti di lavoro perduti e capitali che scelgono altri territori.
Nel mondo produttivo non basta annunciare: bisogna realizzare. Non basta promettere: bisogna mantenere. Non basta occupare una posizione: bisogna dimostrare di meritarla attraverso i risultati.
Naturalmente, non tutti gli imprenditori sono virtuosi, così come non tutti i politici sono conservatori del potere. Esistono amministratori pubblici competenti, seri e capaci di assumersi responsabilità difficili, ai quali va riconosciuto il merito del loro lavoro.
La vera distinzione, dunque, non è tra categorie professionali. È tra chi costruisce valore per la collettività e chi interpreta il proprio ruolo prevalentemente come uno strumento di conservazione personale. Questa è la differenza sulla quale dovremmo interrogarci.
LA SICILIA NON PUÒ ESSERE PRIGIONIERA DEI SUOI EQUILIBRI POLITICI
Guardiamo alla Regione Siciliana. La nostra autonomia speciale dovrebbe rappresentare uno straordinario strumento di programmazione, sviluppo e capacità decisionale. Non un privilegio istituzionale, ma una responsabilità aggiuntiva nei confronti dei siciliani.
Eppure, ancora oggi, il sistema regionale deve confrontarsi con problemi strutturali che richiedono continuità amministrativa, capacità progettuale, rapidità delle decisioni e un rapporto più efficace tra istituzioni e mondo produttivo.
Il confronto politico regionale riguarda anche gli equilibri della maggioranza e le prospettive della prossima legislatura. È legittimo che i partiti discutano del proprio futuro, delle alleanze e delle responsabilità di governo.
Ma la domanda che pongo è un’altra: quanto spazio occupa, in questo confronto, il futuro economico e sociale della Sicilia? Quale modello di sviluppo vogliamo costruire? Quali riforme amministrative intendiamo realizzare? Come pensiamo di trattenere i nostri giovani, attrarre investimenti e trasformare le potenzialità del territorio in ricchezza diffusa?
Sono queste le questioni che dovrebbero precedere qualsiasi discussione sui nomi. Perché una classe dirigente non si rinnova semplicemente sostituendo alcune persone con altre. Si rinnova quando cambia il metodo con cui si selezionano le competenze, si assumono le decisioni e si valutano i risultati.
IL CAMBIAMENTO FA PAURA A CHI CONFONDE IL RUOLO CON IL POTERE
Ogni cambiamento autentico modifica equilibri consolidati e incontra inevitabilmente delle resistenze. Quando si introducono nuove competenze, nuovi criteri di valutazione, nuove responsabilità e maggiore trasparenza, cambiano inevitabilmente anche i rapporti di influenza.
Ma questo non dovrebbe essere considerato un pericolo. Dovrebbe essere il normale funzionamento di una democrazia matura. Il ricambio non è una dichiarazione di guerra contro chi ha amministrato prima. È una condizione fisiologica della vita democratica.
L’esperienza deve essere valorizzata, non trasformata in un titolo di proprietà. La continuità deve riguardare i progetti utili alla collettività, non necessariamente la permanenza delle stesse persone negli stessi incarichi.
Chi ha davvero lavorato per il bene pubblico non dovrebbe temere il confronto con nuove idee e nuove competenze. Dovrebbe, al contrario, favorirlo.
L’INVIDIA DEL MERITO E LA DIFFICOLTÀ DI RICONOSCERE CHI SA FARE
Esiste un’altra questione che merita una riflessione: il rapporto tra successo, competenza e riconoscimento del merito. In Italia, talvolta, sembra più facile discutere il successo di qualcuno che comprenderne le ragioni.
Naturalmente, chiunque eserciti responsabilità pubbliche deve accettare il controllo, il confronto e anche la critica più severa. Ma la critica è una cosa. La delegittimazione pregiudiziale è un’altra.
Una società che fatica a riconoscere le capacità, che guarda con sospetto chi propone innovazione e che considera le nuove energie una minaccia anziché un’opportunità rischia di impoverire se stessa. Questo vale anche per la politica.
La Sicilia dispone di imprenditori, professionisti, economisti, tecnici, ricercatori, amministratori locali e giovani preparati che conoscono profondamente il territorio. Persone che potrebbero offrire un contributo importante alla vita pubblica.
Perché queste competenze non devono trovare maggiore spazio nei processi decisionali? Perché la conoscenza dei problemi reali delle imprese, dei comuni, delle infrastrutture e delle comunità dovrebbe contare meno della capacità di muoversi all’interno degli equilibri di partito?
Una politica liberale e riformatrice dovrebbe partire proprio da qui: aprire, includere, valorizzare. Non difendere recinti.
LA REGIONE SICILIANA HA BISOGNO DI UNA RIVOLUZIONE DEL METODO
Non servono rivoluzioni annunciate nei convegni o nei comunicati stampa. Serve una trasformazione concreta del rapporto tra politica, amministrazione e cittadini.
La Regione Siciliana dovrebbe misurare la propria efficacia attraverso indicatori comprensibili e verificabili: tempi delle autorizzazioni, investimenti effettivamente realizzati, opere completate, qualità dei servizi, capacità di utilizzare le risorse europee, crescita dell’occupazione e competitività delle imprese.
I fondi europei non possono essere considerati un successo soltanto perché vengono stanziati. Il successo si misura quando diventano infrastrutture, attività produttive, innovazione e opportunità per i cittadini.
Allo stesso modo, una riforma non può dirsi compiuta con l’approvazione di una legge. Deve essere valutata per gli effetti che produce.
La politica deve imparare a rendicontare i risultati, non soltanto a rivendicare le intenzioni. È su questo terreno che si costruisce la credibilità delle istituzioni.
NON CONTRO LA POLITICA, MA PER UNA POLITICA MIGLIORE
Non condivido l’idea che tutta la politica sia uguale. Sarebbe una semplificazione ingiusta verso quanti, nelle istituzioni e nelle amministrazioni locali, lavorano quotidianamente con serietà e spirito di servizio.
E non credo neppure che l’esperienza imprenditoriale, da sola, renda automaticamente capaci di governare. La responsabilità pubblica richiede competenze specifiche, rispetto delle regole democratiche, sensibilità sociale, capacità di mediazione e conoscenza delle istituzioni.
Credo però che la politica abbia bisogno di recuperare il rapporto con il mondo reale. Con chi produce, con chi lavora, con chi investe, con chi studia, con chi affronta ogni giorno i problemi del territorio.
La Sicilia non ha bisogno di una contrapposizione sterile tra vecchie e nuove generazioni, tra imprenditori e politici, tra maggioranza e opposizione. Ha bisogno di un confronto serio sul proprio futuro.
Un confronto che premi le idee, la preparazione, la credibilità e la capacità di realizzare.
LA SICILIA PRIMA DELLE POLTRONE
Il vero cambiamento non comincia quando qualcuno perde una posizione di potere e qualcun altro la conquista. Comincia quando cambia la ragione per cui quel potere viene esercitato. Quando la politica torna a essere strumento di sviluppo e non fine a se stessa. Quando il merito non viene vissuto come una minaccia. Quando le competenze vengono chiamate a contribuire, anziché essere tenute ai margini. Quando il territorio torna a essere il centro delle decisioni e non soltanto il luogo nel quale cercare consenso.
Da siciliano, da imprenditore e da studioso delle dinamiche economiche, ritengo che la nostra terra abbia tutte le risorse per affrontare una stagione nuova. Ma nessuna trasformazione sarà possibile senza il coraggio di mettere in discussione metodi consolidati e senza la disponibilità a misurarsi con risultati concreti.
La Sicilia non può continuare a interrogarsi soltanto su chi debba governarla. Deve finalmente interrogarsi, con altrettanta determinazione, su come vuole essere governata e su quale futuro intende costruire.
Perché il potere passa. Le istituzioni restano. E le conseguenze delle decisioni ricadono sui cittadini.
Chi ama davvero la Sicilia deve avere il coraggio di anteporre il suo futuro alla conservazione del proprio ruolo.
E forse è proprio questa la domanda che dovremmo porre a ogni classe dirigente: vogliamo una Sicilia da amministrare per conservarne gli equilibri, oppure una Sicilia da trasformare per liberarne le potenzialità?
Io credo che sia arrivato il momento di discutere seriamente della seconda.
Perché la Sicilia non ha bisogno di padroni del potere. Ha bisogno di servitori delle istituzioni, di competenze riconosciute e di una visione capace di trasformarsi in risultati.
Prof. Angelo Todaro
Imprenditore – Esperto in Economia e Finanza, Programmazione e Politica Economica