DUE MORTI SUL LAVORO IN SICILIA A DISTANZA DI POCHE ORE

di Antonino Piscitello

Giovanni Patricola aveva 39 anni. Giovanni Fargione ne aveva 65. Tra Villafrati e Modica, a poche ore di distanza l’uno dall’altro, la Sicilia ha dovuto piangere altri due lavoratori, inghiottiti da una scia di sangue che sembra non avere fine. E che, appena due giorni prima, aveva già spezzato la vita di quattro braccianti sulla statale per Naro. Sei vite cancellate in meno di settantadue ore, in una terra che si conferma drammaticamente seconda in Italia per incidenza di morti sul lavoro.

A Villafrati, nel palermitano, Giovanni Patricola stava lavorando alla ristrutturazione di una palazzina a due piani in via Alcide De Gasperi quando un improvviso crollo del balcone lo ha travolto sotto una pioggia di mattoni e cemento, facendolo precipitare per sei metri. Inutili i soccorsi disperati: trasportato d’urgenza al Civico di Palermo, il suo cuore ha ceduto nel primo pomeriggio. Carabinieri e tecnici dello Spresal dell’Asp hanno posto sotto sequestro il cantiere, aprendo verifiche non solo sulla stabilità dell’area, ma anche sulla tutela e la regolarità della posizione lavorativa della vittima.

Poche ore prima, a Modica, un’altra tragedia consumata in un attimo. In un’azienda avicola di contrada Mauto, nel ragusano, Giovanni Fargione stava manovrando il braccio meccanico di un’autocisterna per scaricare mangime quando ha involontariamente intercettato i cavi dell’alta tensione, a ventimila volt. Una scarica fulminante che non gli ha lasciato scampo. Gli inquirenti dovranno ora stabilire le distanze di sicurezza, le procedure adottate e la conformità degli impianti: la legge parla chiaro e impone distanze rigorose o, laddove sia impossibile, il sezionamento e la disattivazione temporanea delle linee.

È fin troppo facile liquidare tutto questo come fatalità. La fatalità esiste, certo, ma dietro la strage silenziosa che insanguina l’Italia, e in particolare la Sicilia, si nasconde spesso il peso inaccettabile di regole calpestate, di protocolli ignorati per risparmiare tempo o per tagliare sui costi della sicurezza.

Lo ricorda il sangue versato a Casteldaccia il 6 maggio 2024, quando cinque operai persero la vita soffocati dall’idrogeno solforato in una vasca fognaria: i vigili del fuoco dissero chiaramente che con i dispositivi di protezione adeguati non sarebbe successo. Per quella strage, la Procura di Termini Imerese contesta oggi l’omicidio colposo a sei persone e a due società, tra cui l’Amap. E come dimenticare il 10 aprile scorso in via Marturano a Palermo quando, durante i lavori in un cantiere non autorizzato e senza gli adeguati dispositivi di sicurezza, il braccio di una gru si è spezzato nel vuoto trascinando dal decimo piano due operai.

I numeri, poi, non lasciano spazio a interpretazioni. Secondo l’Osservatorio Vega Engineering, nei primi otto mesi del 2026 l’Italia registra già 701 vittime sul lavoro (+2,9% rispetto all’anno precedente). La Sicilia è tra le regioni peggiori, con 43 vite spezzate e un indice di mortalità di 28,9 per milione di occupati, superata solo dalla Calabria. Già nei primi quattro mesi dell’anno, infatti, Palermo occupava la quinta posizione nazionale con nove decessi.

Dati impietosi, che fanno giustamente indignare, accompagnati dalla denuncia della Uil Sicilia: mancano radicalmente una cultura della prevenzione e un numero sufficiente di ispettori per vigilare su cantieri e aziende. Si tratta di una sconfitta collettiva che impone una svolta immediata. Continuare a morire di lavoro in questo modo non è più accettabile.

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