DISPOSTI GLI ARRESTI DOMICILIARI PER GAETANO ARMAO

di Redazione

Arresti domiciliari per Gaetano Armao, e un quadro accusatorio che, pur confermando una indiscussa gravità di fondo per i reati contestati, esce ridimensionato rispetto alle intenzioni iniziali dei magistrati. È questo il dato centrale che emerge dall’ordinanza con cui il giudice per le indagini preliminari del Tribunale di Palermo, Giuseppa Zampino, ha deciso di respingere le richieste di custodia in carcere avanzate dalla Procura per l’ex vicepresidente della Regione ed ex consulente giuridico del governatore Renato Schifani, concedendogli i domiciliari.

Delle nove domande di arresto presentate dagli inquirenti al termine dell’inchiesta su un presunto giro di mazzette legato all’amministrazione pubblica, solo tre sono state accolte e nella misura meno afflittiva del confinamento domestico, sgonfiando in gran parte l’impostazione della pubblica accusa. Il tutto tenendo sempre a mente il principio costituzionale di presunzione di innocenza, per il quale nessun indagato può essere considerato colpevole prima di una condanna definitiva.

L’impianto dell’indagine ruota attorno all’attività svolta dall’avvocato Armao al vertice della Commissione tecnica specialistica per le autorizzazioni ambientali, l’organismo regionale preposto alla valutazione dei progetti d’impatto sul territorio. Secondo l’ipotesi dei pubblici ministeri, Armao avrebbe messo le proprie funzioni a disposizione di interessi privati in cambio di somme di denaro. Il presunto canale di trasmissione di questi fondi sarebbe stato il collega Pierluigi Matta, anch’egli finito ai domiciliari: l’avvocato avrebbe incassato compensi professionali da società private anche tramite bonifici e fatturazioni ufficiali, per poi prelevarne una parte in contanti e consegnarla direttamente a chi gestiva l’iter delle pratiche.

Nelle carte giudiziarie vengono ricostruite quattro dazioni di denaro, avvenute tra l’ottobre del 2025 e l’agosto del 2026. La Squadra Mobile di Palermo, attraverso pedinamenti, riprese video e intercettazioni, ha documentato i passaggi di banconote che si svolgevano in contesti riservati. Se l’ipotesi di uno schema sistematico di dazioni economiche resta l’elemento di maggiore gravità per le posizioni di Armao e Matta, il resto dell’impalcatura investigativa ha subito una decisa contrazione di fronte al vaglio del giudice.

La terza misura cautelare disposta riguarda Luigi Zancla, fino a poco tempo fa alla guida della Samo onlus, accreditata per la fornitura di cure palliative. Zancla avrebbe corrisposto seimila euro ad Armao – facendoli transitare sempre sotto forma di parcella per Matta – affinché l’allora consigliere del presidente regionale intervenisse sul dirigente generale dell’assessorato alla Salute, Salvatore Iacolino, allo stato indagato per concorso esterno in associazione mafiosa e corruzione aggravata, per fermare un provvedimento che avrebbe ampliato la platea delle strutture concorrenti ammesse alle convenzioni pubbliche.

Le restanti sei posizioni per cui la Procura aveva sollecitato le misure restrittive sono state rigettate. Il gip ha escluso la sussistenza dei gravi indizi di colpevolezza per il parlamentare dell’Assemblea Regionale Siciliana Giuseppe Lombardo, esponente dell’Mpa e nipote dell’ex governatore Raffaele Lombardo. La Procura ipotizzava che l’assunzione di Domenica Spartà — consigliera comunale a Gravina di Catania e vicina all’area di Lombardo — tra le fila di Samo e Adi Sicilia 2 costituisse il prezzo di un patto corruttivo. Nel provvedimento viene chiarito che la segnalazione e il trattamento riservato alla Spartà, “pur potendo essere valutati sul piano etico, politico o amministrativo, non assumono automaticamente rilevanza penale”.

Il rigetto ha interessato anche i vertici del gruppo energetico C.V.A., tra cui l’amministratore delegato Giuseppe Argirò e il condirettore generale Marco Malacarne Gentile, unitamente all’imprenditore Sergio Vella, alla dottoressa Benedetta Veruska Costanzo e all’ex vertice della Samot Mario Lupo. Per loro il gip ha rilevato l’insufficienza degli elementi a supporto della tesi accusatoria secondo cui le società fossero consapevoli della destinazione finale delle somme pagate a Matta. Le perizie foniche che avrebbero dovuto dimostrare che alcune parole ritenute chiave dagli investigatori nelle intercettazioni – come l’uso del termine “socio” o il riferimento diretto al nome di Armao – non trovavano riscontro nei nastri audio prodotti.

Il quadro d’insieme, in buona sostanza, pur confermando contestazioni severe che riguardano la gestione della cosa pubblica e l’imparzialità dei procedimenti amministrativi, approda così al primo passaggio delle misure cautelari ridimensionato rispetto alle aspettative dei pubblici ministeri, lasciando al futuro dibattimento il compito di stabilire l’effettiva sussistenza dei reati ipotizzati. E questo giornale sarà qui a raccontare le prossime tappe sul solco del sacrosanto principio del garantismo, a prescindere dall’appartenenza politica o dal ruolo rivestito dagli indagati all’interno della società civile.